Dilma Rousseff, vicina a Lula, vince il ballottaggio per le presidenziali in Brasile. Ma quel che conta è la qualità della vittoria, sostenuta dall’appoggio degli strati popolari (stravittoria negli Stati poveri del Nordest e nel Nord amazzonico) e dal protagonismo di due donne eccezionali: Dilma, attenta all’emancipazione dei poveri e del mondo del lavoro, e Marina Silva, appassionata sostenitrice dei diritti ambientali, convinta che solo un governo socialista, progressista e ecologista possa dar futuro al Brasile. Marina si è complimentata subito con Dilma, al contrario del candidato delle destre, l’ex “socialdemocratico” Serra che ha aspettato tre ore e ha fatto un discorso aggressivo parlando di “inizio di una lotta durissima e di un’opposizione che deve mettersi in trincea”. Questo, dopo che la nuova presidentessa aveva dichiarato che cercherà la collaborazione di tutti. Si cerca, nella grande stampa brasiliana, di far passare l’idea che Lula e Dilma non sono democratici perché “mettono su” i poveri, dividono il paese, criticano il fatto che i mass-media siano controllati da una decina di famiglie.

Sarà dura per Dilma, perché è venuto il tempo delle riforme vere. Lula ha aperto la strada con politiche sociali sostanzialmente compensative ma non definitivamente strutturali. Ma è bastata questa prima svolta per suscitare un’avversione di classe a livello viscerale. Adesso viene il momento di affrontare gli interessi consolidati che sono responsabili delle grandi disuguaglianze nel Paese e di mettere le mani nei problemi drammatici che restano ancora irrisolti:
– 38.000 persone assassinate ogni anno, con un mercato di 16 milioni di armi da fuoco;
– il 50% delle abitazioni senza fognature;
– l’11% dei giovani nelle università (contro il 15% in Bolivia e il 32% in Argentina);
– un sistema sanitario privato che prosciuga il 70% delle risorse;
– un sistema fiscale regressivo (27% tetto massimo sul reddito delle persone anche se guadagnano 1, 10, 100 milioni di euro l’anno);
– 190 milioni di bovini allevati a fronte di milioni di bambini che non possono accedere a latte e carne;
– la concentrazione della terra in mano di pochi: metà del territorio raggruppato in proprietà di più di mille ettari.

Affrontare questi problemi non sarà facile.

Buon lavoro, Dilma, buon lavoro Brasile! Grazie per questa vostra voglia di cambiamento, di tensione sociale positiva. Nella speranza che questo vento di novità soffi anche da questa parte dell’Atlantico.