Ci sono film, pochi, se non pochissimi, in grado di riconciliare con il cinema. E con il mondo: non perché ne occultano le brutture, dando futili speranze, ma perché rendono con l’arte lo stato dell’arte di questi nostri giorni. The Social Network appartiene al ristretto novero, più esclusivo di un club di Harvard, di questi film-mondo: il titolo non fa solo riferimento alla creatura di Mark Zuckerberg (et alii…), bensì è specchio fedele della sue riuscite ambizioni. David Fincher e lo sceneggiatore Aaron Sorkin prendono nella Rete la nostra realtà, e non c’è da esserne allegri: qual è la classe dirigente del futuro (e del presente)? Bastardi (non è la parola giusta), variamente declinati: Zuckerberg, nerd tagliente e indifferente, cinico e ambizioso, ma scarso con le donne; i gemelli Winklevoss, tutti Ivy League e canottaggio, muscoli ed elite; Eduardo Saverin, co-fondatore di Fb, estromesso e irrisolto, quasi villain perché – tremendo ammetterlo – perde; Sean Parker, il creatore di Napster, figo da manuale, geniale e astuto, ma inaffidabile.

A loro abbiamo affidato le nostre vite: pubblicamente, concedendo i nostri profili, le nostre foto, i nostri messaggi, il nostro status sentimentale a questi happy (?) few. Come ci siamo arrivati? Non importa, piuttosto da dove sono partiti loro: da Harvard, passando per Stanford e le altre università della upper class, chiamate a sancire quanto fosse cool lo strumento, il network sociale ma esclusivo. Poi, solo poi, in gioco entra il profitto e dunque il necessario allargamento: Facebook si concede a tutti, l’iperspazio dove guardare chi è il compagno di banco fa della classe mondo, di high class ogni ceto sociale. E’ successo planetario, che The Social Network riflette in campo medio per osmosi: non c’è il mondo in campo lungo, perché i primi piani di questi bravi ragazzi sono, essi stessi, il mondo.

Già questo, basterebbe per dare al film del capolavoro: poderosamente, intensamente e acutamente sceneggiato da Sorkin, che condensa nelle battute a effetto l’effetto planetario di questi demiurghi, ripassato dietro la macchina da presa da Fincher con la virtuosa eliminazione del superfluo che fa il genio e interpretato da Eisenberg con una vorace abulia, una differente indifferenza, una presenza totalizzante e insieme deprimente, può dare del tu qui e ora al Quarto potere di Orson Welles, almeno nella fotografia nitida e inquietante dell’informazione del potere e del potere dell’informazione. In questo caso, le informazioni che abbiamo volutamente concesso al potere, secondo le sue volontà, i suoi parametri, i suoi scopi: Facebook, questo libro delle facce, lo possiamo sfogliare, possiamo conoscerne anche il numero di pagine, il costo (25 miliardi di dollari) e quanti lo leggono (500milioni), ma non è nostro. Ha un autore e un editore che non possiamo padroneggiare e, forse, nemmeno conoscere. Zuckerberg & Co. li conosciamo in The Social Network?

Sì, nella misura in cui Fincher e Sorkin si astengono dal giudizio e dall’illustrazione, descrivendo non come sono davvero andate le cose (come saperlo?), ma – sapientemente – perché sono andate così: il focus, al netto della storia di Facebook e delle sue vicissitudini giudiziarie, è sul Zuckerberg prima e durante (e dopo) FB nel rapporto con l’altro sesso, attraverso le cartine di tornasole della fidanzata Erika e del suo avvocato donna.

A questo proposito: come dare del sessista al film? Se è letterale come tutto sia nato per fare sesso, Fincher non calca la mano al riguardo, descrivendo lucidamente i paradossi di Zuckerberg, il conflitto tra realtà virtuale e realtà reale: crea “l’amicizia” ma non ha amici, crea lo “status sentimentale” ma non ne ha uno, crea il “social network” ma non ha vita sociale, incapace com’è di relazioni vere, autentiche, affettive. Fb non è altro che la banale creazione di un maschio, dei maschi, a uso sessuale e consumo globale.

Normale, dunque, che a stigmatizzare tutto ciò siano le donne. Erika prima lo molla, e gli pronostica un futuro di insuccesso relazionale: non perché è un nerd, ma perché è un bastardo (non è la parola giusta). L’avvocato rettificherà: non è bastardo, ma si sforza di esserlo a ogni costo. Evidentemente, è anche peggio. Ed è il nucleo di verità di questo autore in cerca di personaggi (noi): un demiurgo (impotente), un dio (intristito), fin quando non passa dall’altra parte, servendosi della creatura da lui creata, facendosi utente da manutentore che era ed è. Ovvero? Chiede l’amicizia alla sua ex ragazza, e continua ad aggiornare il profilo sperando che venga accolta. Nel frattempo, Fincher ha dato un ineludibile, grandioso refresh al cinema del Terzo Millennio.