La bufera scatenata dal caso Ruby accende la miccia politica. I finiani ci credono e per bocca di Fini, nella serata di ieri, entrano in scivolata sul governo agonizzante. Fanno sapere: “Se la vicenda verrà accertata, Berlusconi deve fare un passo indietro”. Menato il colpo, ecco la risposta dei berluscones. “L’onorevole Fini dovrà fare le sue valutazioni: o confermare l’appoggio al governo o prendersi la responsabilità di una crisi”. Firmato e sottoscritto oggi in una nota congiunta dai capigruppo di Camera e Senato del Pdl, Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri e il vicepresidente dei senatori Gaetano Quagliariello. Ancora prima il premier aveva sospirato: “Non mi dimetto, crerei gravi rischi per il Paese”. Forma o sostanza? Vedremo. Chi, con il premier, ci lavora ogni giorno racconta di un presidente del Consiglio ormai sconfortato e sul quale, dopo la questione milanese, in serata è caduta la notizia di un’indagine di Palermo che partendo da un traffico di droga è arrivata ai festini hard di Arcore.

Per la frana (politica) bisogna attendere. Per ora siamo al solito gioco delle parti che si trascina dall’inizio di questa estate. Regola confermata, perché dopo la minaccia del Pdl, in serata arriva la correzione di Fli. Questa volta tocca al capogruppo di Fli alla Camera Italo Bocchino. “Si perde tempo a cercare tra noi chi vuole staccare la spina al Governo. Il nostro obiettivo è un altro: è quello di accendere la macchina per poter dare inizio a tutta una serie di riforme”. Buriana finita. Ritorna la risacca. Bocchino prosegue: “Noi abbiamo sostenuto e continuiamo a sostenere il governo che però ora deve fare il suo dovere”.

Si va avanti, dunque. Nonostante Ruby. I festini, le escort, le pressioni sulla questura di Milano. Si va avanti giorno per giorno. Navigando a vista. Con l’idea di un governo tecnico che si materializza come l’unico approdo possibile. Ne parla, addirittura, Umberto Bossi. Fino a ieri barricadero delle rune qui e subito. Ne parla e lancia messaggi al premier. Dice: il Cavaliere ha fatto male a chiamre in via Fatebenefratelli. “Avesse prima chiamato noi”. E noi sta per il senatur e il Bobo Maroni, capo al Viminale.

Ma i leghisti fanno come i finiani. Stesso gioco delle parti? Forse. Certamente c’è una mancanza di lucidità su rotta e barra da tenere. E così ci pensa il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli. Lui non ha dubbi nel leggere il caso Ruby: è in atto un colpo di Stato che legittimerebbe una rivolta popolare. Dice: “Io sono preoccupato che qui, approfittando delle vicende personali di Berlusconi, sia in atto un colpo di Stato, ma sarebbe il golpe dei ‘fighetta‘, di quelli che frignano e che non hanno voce e voti. Ma se c’è colpo di stato la rivolta del popolo è legittima”. Mica finita. Il lumbard prosegue: “‘Macché Governo tecnico, macché Lega interessata ad un Governo tecnico!”

Su un fatto, però, i due convergono: l’eventuale capovolgimento della situazione susciterebbe dure reazioni popolari. Se Bossi ieri diceva che “il Nord muoverebbe masse enormi contro il centralismo italiano”, oggi Calderoli parla di una “rivolta del popolo” che sarebbe “legittima” contro coloro che “ non hanno un voto proprio ma che sperano di ribaltare la situazione uscita dalle urne. Insomma spingono e provocano per cercare di fare un colpo di Stato vero e proprio per riportare l’Italia nella Prima Repubblica, un intento che qualcuno ha anche esplicitamente dichiarato”.

Sempre ieri Bossi aveva detto che “è chiaro che a telefonata Berlusconi poteva farla fare a qualcun altro”, aggiungendo che “poteva chiamare me, oppure Maroni…”. Una dichiarazione questa che ha suscitato reazioni.
Secondo il sindaco di Verona, il leghista Flavio Tosi, Bossi voleva solo “sdrammatizzare la situazione ribadendo inopportunità di quella telefonata”. “Se fossi stato io il premier una telefonata del genere non l’avrei mai fatta”, ha detto alla trasmissione “Un giorno da pecora” su Radio2.

Di altro tenore le repliche dell’Italia dei Valori: “Ma davvero Bossi pensa che sarebbe stato meno grave se a fare la nota telefonata alla questura di Milano fosse stato il ministro degli interni o quello delle riforme? – ha affermato Antonio Borghesi – Se così è, anche loro portano la stessa responsabilità del premier e devono andarsene. I ministri e il loro presidente non possono abusare della loro posizione per ostacolare l’attività investigativa o giudiziaria”.