Mario Carnejo è un piccolo funzionario statale cileno impiegato all’obitorio dove scrive i referti delle autopsie. L’unica cosa che sembra interessarlo nella vita è Nancy, vicina di casa e ballerina di quart’ordine. Attraverso lo sguardo di questo borghese piccolo piccolo il regista Pablo Larrain, trentaquattrenne di Santiago (premiato al Torino Film Festival per il precedente Tony Manero), racconta le terribili settimane del settembre 1973: il golpe del generale Augusto Pinochet, la morte di Salvador Allende, la sanguinosa repressione contro le sinistre. Post mortem (nelle sale dal 29 ottobre*) non ha vinto alcun premio all’ultima Mostra del cinema di Venezia, eppure contiene una delle scene più potenti viste al festival: il corpo di Allende e la sua testa martoriata sul tavolo dell’autopsia, davanti ai militari schierati.

Fatti che hanno influito profondamente sulla sua generazione

Mi sento a disagio a parlare a nome degli altri. Ancor oggi, con tutte le informazioni e guardando le cose in prospettiva, non capisco perché i cileni hanno fatto questo gli uni contro gli altri. Ho cercato di ritornare a quei giorni non per darne un giudizio, o farne una fotografia, ma piuttosto per esprimere una sensazione. Non mi interessava uno sguardo moralista, schierarmi dalla parte giusta o sbagliata, cercavo un’atmosfera.

E difficile accettare questa sorta di indifferenza morale su fatti che hanno portato a una repressione politica violentissima. La ferita è sempre aperta.

Non volevo fare un pamphlet ideologico, mostrare che cosa è successo perché non accada mai più. Non sono nella posizione o nella situazione di poter dire che cosa deve o non deve accadere. In fondo ho solo 34 anni.

Perché allora ha voluto proprio raccontare la fine di Allende, mostrare il suo cadavere sul tavolo dell’autopsia?

Leggendo un articolo ho scoperto che l’autopsia di Allende era pubblica. Sono andato su Google e ho trovato tutto. Ho letto il referto dell’autopsia, stupefacente: “La ferita è compatibile con l’ipotesi del suicidio“. Era  firmata da tre persone, due dottori molto noti e un terzo personaggio, Mario Carnejo. Chi era Mario Carnejo? Che ci faceva li? Ho fatto delle ricerche, lui è morto, ma ho trovato il figlio, che mi ha raccontato tutto e tra l’altro ha una piccola parte nel film. Questa è stata la partenza. Così abbiamo deciso di raccontare quella storia attraverso lo sguardo di un banale, insignificante essere umano.

Il piccolo burocrate di tanta letteratura mitteleuropea

L’ho trovato in Franz Kafka e Fedor Dostoevskij, ma non sono un esperto di letteratura. Nel film la ragazza di cui Mario (l’attore Alfredo Castro, ndr) è innamorato, Nancy (Antonia Zegers, moglie del regista, ndr), gli chiede: “Che mestiere fai?” “Sono funzionario”. “Pubblico?” “Pubblico“. Nella società cilena è una vergogna lavorare per lo Stato, una delle posizioni più basse nella scala sociale. Nancy è autorizzata a deriderlo.

Quando deve seguire l’anatomopatologo nella sala d’autopsia, davanti ai militari schierati, Mario non riesce a scrivere, passa la mano. E’ una protesta silenziosa?

Mario non si pone problemi morali o ideologici, è murato nella sua indifferenza. In più non riesce neppure a partecipare alla modernizzazione del paese, non sa usare la macchina elettrica.

Sembra essere il campione di un’umanità che si lava le mani, che si fa da parte. Eppure nel film la violenza irrompe da tutte le parti. Una montagna di cadaveri invade l’obitorio. Nancy deve nascondersi perché la sua famiglia è sostenitrice di Allende

Mario crede che né il movimento politico né gli eventi più drammatici che stanno insanguinando il paese possano toccarlo. Alla fine lo faranno.

Sentendosi disprezzato dalla ragazza compie un gesto estremo, distruttivo.

Diventa un assassino ma la sua è una reazione alla violenza che lo circonda e lo schiaccia. Ogni cosa ha perso senso, l’assurdo ha preso il potere, è quello che non capisco della storia recente del mio paese.

Non so in quale occasione lei ha detto che voleva più che altro raccontare un triangolo amoroso.

E’ quello che penso, ma sono il solo. Nessuno lo ha notato.

Di Manuela Grassi

*Post Mortem di Pablo Larrain, con Alfredo Castro (Mario) e Antonia Zegers (Nancy)