1973, Santiago del Cile. Mario (Alfredo Castro) lavora all’obitorio dove trascrive le autopsie. Ha circa cinquant’anni, è uomo schivo, silenzioso. Vive solo ed è segretamente innamorato della sua vicina di casa, Nancy (Antonia Zegers), una soubrette di terzo rango. Un giorno Mario va a vederla nel fetido teatro in cui si esibisce e trova il coraggio di dichiararsi. La donna non si nega. Intanto, i militari realizzano il colpo di stato e destituiscono il presidente Salvador Allende.

Difficile dire quanto sia bello Post mortem. Difficile dire quanto sia bravo il regista cileno Pablo Larrain (34 anni). Che ha fatto due tra i film più potenti degli ultimi anni: questo e il precedente Tony Manero (2008), ambientato nel 1978, nel pieno della dittatura di Pinochet. Post mortem racconta invece il passaggio traumatico tra il sogno di Allende e il golpe. Entrambi raccontano il contesto sociale e politico in chiave squisitamente psichica. Da una parte c’è la storia di un uomo derealizzato che desidera solo essere il sosia di Tony Manero – il protagonista del film La febbre del sabato sera – dall’altra la vicenda di un uomo apparentemente tranquillo. Ma in realtà amorale, indifferente, disposto ad alienarsi in fetta. Forse alienato da sempre. In ogni caso, il deserto psichico serve da una parte a raccontarci cosa significa vivere sotto una dittatura e dall’altra quanto facilmente la morte si insinui nel cuore delle persone, soprattutto se non si fa niente per vivere (la vita costa molta fatica e richiede molto coraggio). Bellissimo, Post mortem. Un film complesso e articolato, che resta a lungo sospeso. A un certo punto, potrebbe anche essere una storia di “fantasmi” interiori. Ma non è così. Con un sapiente e acuto uso del flash forward, Larrain ci destabilizza. Quando lo spettatore capisce il “salto” temporale, il film diventa – in parte – un giallo. Infine, la detection si inserisce e smarrisce all’interno di un evento ancora più grande: il golpe.

La scena madre dell’autopsia ad Allende fa venire i brividi. È un piccolo saggio di cinema. Con pochi tratti il regista riesce a trasmetterci l’imponente disagio dei dottori – socialisti – che non riusciranno a dissezionare il cadavere del loro presidente sotto lo sguardo implacabile di una schiera di militari. I due dottori sono i “sensori” di un’idea che verrà massacrata. Le sequenze successive infatti sono un continuo andirivieni di corpi morti all’obitorio, di assassinati, di carne macellata ammassata in carretti più appropriati per gli animali. Il film è violentissimo ma dalla prima all’ultima – memorabile – scena ogni immagine è freddissima, ogni dialogo è glaciale. Proprio per questo, il film è veramente straziante. Come in Tony Manero, Larrain scava sotto la pelle dello spettatore, dando lezioni di cinema politico a tutti quelli che da questo “genere” si aspettano una cronaca di eventi, un cinema sociale, un “riassunto” di costume. Come in Tony Manero, Larrain esprime la sostanza psicologica di un trauma, l’essenza carnale degli eventi storici. I corpi – anche qui il sesso è un elemento importante – sono i luoghi che accolgono la struttura del potere, le mappe della norma sociale. Fotografia eccellente, attori magnifici (Castro è eccezionale), sceneggiatura di ferro. Post mortem conferma Larrain come uno dei registi più importanti della sua generazione. Peccato che il film a Venezia non abbia vinto nulla. Del resto, anche il film precedente era stato “piazzato” in una sezione collaterale – seppure prestigiosa – del festival di Cannes, la Quinzaine des Realisateurs (per poi vincere il Torino Film Festival). In barba ai palmarès, Larrain è già un riferimento per chi ama il cinema e Post Mortem è un grande film.