Sono quasi 95mila gli insegnanti di sostegno impiegati nelle scuole italiane con l’obiettivo di integrare gli alunni disabili nelle classi. Un esercito, mai abbastanza numeroso. Perché troppo spesso scarsamente (o per nulla) preparati, ma soprattutto distribuiti senza alcun criterio logico. Il caso del liceo di Messina dove si mette accanto a uno studente iperattivo un insegnante cieco è soltanto una delle situazioni che dimostrano che non c’è serio governo del fenomeno. Ma come viene reclutato questo personale? Teoricamente dovrebbero essere “specializzati” attraverso appositi corsi che negli ultimi anni sono sorti come funghi senza alcun controllo.

Ci sono corsi universitari praticamente biennali dove si studia e dove si può anche essere bocciati, ma ci sono insegnanti che hanno raggiunto la specializzazione in corsi di 40 ore gestiti da enti privati che avevano come unico scopo quello di fare soldi. Perché questi corsi si pagano, a migliaia di euro, ma è un investimento, perché la specializzazione è di fatto diventata da alcuni anni il lasciapassare per un posto fisso nella scuola. Non a caso i due terzi dell’esercito degli insegnanti di sostegno è tuttora personale precario senza alcun titolo di specializzazione. Personale attinto dalle graduatorie dei precari alla ricerca di un posto e di uno stipendio, un contingente di impiego senza titolo di almeno 30mila persone a cui peraltro vanno aggiunti anche quegli insegnanti di ruolo che si sono visti costretti ad occuparsi del sostegno perché, grazie ai tagli degli organici, avevano perso la cattedra.

Ancora una volta, dunque, anche uno dei problemi di grande delicatezza come l’integrazione degli alunni disabili, troppo spesso è diventato una occasione privilegiata per creare dei posti. E una volta che il posto ce l’hai perché sei diventato di ruolo, puoi anche approfittare di un’altra occasione preziosa: arrivare in cattedra, sempre col posto fisso. Alla faccia di chi ha vinto un concorso regolare. Un po’ quel che avviene per gli insegnanti di religione: arrivano a conquistarsi un rapporto di lavoro a tempo determinato, ma poi, se il vescovo gli toglie la fiducia, lascia l’insegnamento della disciplina, ma mantiene il posto, e va su una cattedra normale a seconda del titolo di studio che possiede. Al di là di queste miserie che comunque nessun governo è riuscito finora a correggere, nelle scuole italiane ci sono innumerevoli esperienze di insegnanti che fanno il loro dovere e che, grazie alle loro competenze, hanno consentito ai ragazzi disabili di arrivare al diploma spesso anche con notevole profitto. Ma si tratta di situazioni che si verificano autonomamente per l’impegno di qualche dirigente scolastico e degli stessi docenti.

Dall’alto non arriva nemmeno criteri di buon senso per gestire il fenomeno. Sempre con l’acqua alla gola, con la norma generale di autorizzare un insegnante di sostegno ogni due disabili che puntualmente deve essere corretta per far fronte alla domanda esistente. Perché i disabili non sono tutti uguali, perché il sostegno di conseguenza varia, perché i posti non sono mai sufficienti, perché le risorse vengono utilizzate male. E dire che l’Italia con la legge 104 del 1992 è certamente all’avanguardia nel mondo nell’indicare i principi su cui impostare l’integrazione. Ma quella è una legge troppo spesso rimasta sulla carta. Non è un caso che mai come oggi si torni a parlare di classi differenziali. Che sarebbe per tutti (ma soprattutto per i disabili) una sconfitta epocale.