Se il festival di Roma si fa britannico, il filo “rosso” non può essere che Ken Loach. Il quale, per prole di sangue o di ispirazione, è tra i più evocati nell’odierna puntata della kermesse. Solo evocato, intendiamoci, perché non presente alla prima mondiale di Oranges and Sunshine dell’esordiente figliolo Jim in concorso. Come neppure in platea a combattere per le operaie sessantottine di We Want Sex del connazionale Nigel Cole. Che del grande cineasta si dichiara debitore per temi e passioni. “Se c’è un film che mi ha segnato da sempre è Poor Cow”. Appunto. Storie forti, dunque, quelle dei due film “made in England” oggi tra i protagonisti della densa giornata.

Loach Jr, che da piccolo voleva fare tutt’altro che il cinema, si è dimenato tra madrepatria e Australia per inseguire la vicenda-scandalo che ha costituito il suo debutto cinematografico. Ovvero quella dell’operatrice sociale Margaret Humpreys che da Nottingham nel 1986 scopre l’aberrante deportazione avvenuta alcuni decenni prima (fino al 1970) di migliaia di bimbi dalla Gran Bretagna verso paesi dell’ex impero, specie l’Australia. Letteralmente caricati su navi e, una volta a destinazione, privati di identità, schiavizzati in lavori minorili, abusati psicologicamente e sessualmente anche da parte di religiosi. Il motivo? “Costava meno mandarli fuori che mantenerli in patria, perché si trattava spesso di orfani o figli di famiglie problematiche”, spiega Loach Jr. alla stampa romana.

Un fatto gravissimo che tuttora pesa sulla reputazione delle istituzioni anglo-australiane per il quale solo l’anno scorso fu chiesta ammenda dal Governo di sua Maestà con le dovute scuse. “Che sono il minimo sindacale per un crimine imperdonabile, indelebile nelle vite di queste persone. Io lo capisco come essere umano e come madre”, denuncia Emily Watson, attrice voluta da Jim a indossare la Humpreys nel suo film. La storia, tostissima, procede dal punto di vista della protagonista, forse per evitare lo strazio emotivo di un’eventuale prospettiva delle vittime. “Loro – spiega il cineasta – non hanno visto il film, ma presto lo vedranno. Mentre Margaret l’ha visto e si è pienamente riconosciuta, come ha rilevato l’autencità dei fatti”.

Il film uscirà in GB il prossimo luglio ed è stato – naturalmente – scritto, girato ed ispirato sotto la tutela di papà Ken. Naturale gli interrogativi sui rapporti tra i due Loach: “E’ chiaro che mio padre mi abbia influenzato, tutti siamo influenzati dai propri genitori. Mi ha aiutato nella sceneggiatura, è stato presente durante le riprese suggerendomi “scorciatoie” preziose dettate dall’esperienza, ha visto il film diverse volte. Poi quanto lo apprezzi veramente non posso dirlo, bisognerebbe chiederlo a lui”. Jim, classe ’69, richiama mamma Loach più che il rosso Ken almeno fisicamente, e dal suo primo lavoro appare condividere col padre le scelte tematiche – “sono simili per i solidi soggetti, l’attaccamento alla realtà, l’integrità totale” sostiene Rona Munro, sceneggiatrice del figlio e talvolta del padre – ma assai meno graffiante di papà, specie se messo in parallelo al “primo Loach”. Erano altri tempi? Indubbiamente. Ma forse anche altri talenti, benché un solo e primo film sia insufficiente al giudizio. La sua regia appare lineare, pulita ma anche parecchio noiosa in alcuni passaggi. Più “old style” della sua anagrafe.

Di tutt’altro brio è We Want Sex, che il regista già di L’erba di Grace e Calendar Girls, ha confezionato in perfetta atmosfera “late ‘60s”, che nel mondo British furono inimitabili. La vicenda, però, ha poco a che fare con Twiggy e Carnaby Street, vertendo invece sullo sciopero delle operaie della Ford del complesso di Dagenham che cambiò la storia sociale (e politica) del lavoro femminile. Il fatto, storico fino al midollo ma purtroppo poco noto persino agli inglesi, avvenne nel 1968, quando le 187 operaie addette a cucire gli interni delle vetture furono private del titolo di “operaie specializzate”, e al relativo stipendio. Partendo dalla denuncia di quell’ingiustizia, arrivarono a combattere per una svolta radicale della propria condizione, cioè l’equiparazione salariale agli uomini. All’epoca inconcepibile. Furono sostenute dalla saggia lungimiranza di Barbara Castle, allora Ministro dell’occupazione, che si oppose al pur laburista Primo Ministro Harold Wilson pur di far passare la legge in tal senso.

“Ho fatto un film che parlasse a tutti, una commedia agro-dolce su larga scala, perché anche oggi tutti devono capire che per ottenere i propri diritti serve alzarsi in piedi e gridare”, spiega Cole. Ancora profondamente toccato dall’incontro con le vere protagoniste dei fatti – oggi tra i 70 e gli 80 anni – che gli hanno raccontato la loro storia. “Hanno mantenuto l’umore e l’arguzia della working class di allora, sono un esempio per tutti perché sono diventate famose facendo qualcosa di straordinario senza vantarsene, quasi senza rendersene conto. A loro va tutto il nostro rispetto”. Il film uscirà il 3 dicembre distribuito da Lucky Red e vanta un cast di all star britanniche, da Sally Hawkins nei panni dell’operaia leader Rita, a Miranda Richardson come Barbara Castle, a Rosamund Pike e Bob Hoskins, nel ruolo del sindacalista che sostiene la loro battaglia. Tra veline ed escort, fa solo piacere riassaggiare il fiero spirito femminile che (come spesso accade) arriva da oltre la Manica, mostrandoci un passato prossimo da cui si può solo imparare.

di Anna Maria Pasetti