«Ciao papà, che significa ’mpamu?»
«E perché, chi te l’ha detto?»
«A scuola. Un mio compagno.»
«Ah. E che t’ha detto?»
«Statti muta tu, ca io non ci parlo con i figli i’mpamu!»
A Cinquefrondi, nella Piana di Gioia Tauro, una bambina di sei anni entra nella macchina del padre. È appena uscita da scuola. Gli si siede accanto, lo zaino in spalla. È scomoda, gira solo il collo e rivolge il volto verso il papà alla guida. Lo fissa, insiste, vuole sapere. «Ah, papà, che significa ’mpamu?» «Niente significa.»L’uomo ingrana la marcia, parte. Cambia discorso. Sorride alla piccola che già ha altri pensieri. Lui no, continua a pensarci. E mentre rimugina, nel petto gli cresce la collera. Lo sa che cosa significa ’mpamu.

Lo sa bene. Significa infame. Vile, sbirro, traditore. Sa chi ha usato quella parola e perché. Il figlio di un picciotto, che sconta qualche anno di galera. Conosce bene la storia. Se n’è occupato, l’ha raccontata sul giornale per cui lavora.
«Ho cercato di spiegarglielo, ma che potevo fare? Dire a mia figlia che siamo identificati? Che ci controllano? Ci conoscono bene? Sanno dove va a scuola, sanno che lavoro facciamo? Che le dicevo? Che siamo costretti a selezionare i rapporti, a fare venti chilometri per andare a mangiare una pizza? A scegliere bene dove fare la spesa, in quale supermercato andare, dove comprare la frutta, la verdura, il pane? Che le dicevo a mia figlia di sei anni? Che appena esco dalla redazione per prendermi un caffè questi me li ritrovo al bar a lanciarmi occhiate di fuoco? Che le dicevo, che se questi vogliono sanno perfettamente come, dove e quando colpire?»

No, Michele Albanese, responsabile della redazione della Piana di Gioia Tauro del «Quotidiano della Calabria» queste cose a sua figlia di sei anni non gliele poteva dire, ma non gli sembra vero che finalmente qualcuno sia interessato alle storie dei giornalisti minacciati dalla ’ndrangheta, per questo ci accoglie, ci ascolta, e parla a ruota libera: «Infami sono gli sbirri, i magistrati, i pentiti, quelli che parlano assai, e lo siamo anche noi che per scrivere usiamo quelle fonti. Lo siamo anche noi perché i mafiosi ci incolpano di vivere sulle loro disgrazie.»

Si apre così “Avamposto, nella Calabria dei giornalisti infami” (Marsilio editori), il libro che racconta le storie dei giornalisti minacciati in Calabria. Gli autori, Roberta Mani e Roberto Rossi, collaborano da alcuni anni con Ossigeno per l’informazione, l’osservatorio sui cronisti minacciati diretto da Alberto Spampinato. Le minacce ai cronisti sono tante, le storie arrivano da ogni angolo d’Italia. Ma è in Calabria che il problema ha assunto i contorni di un’emergenza. 26 minacce di morte denunciate dal 2006, 18 solo nell’ultimo anno: un incremento del 600%. Tra i giornalisti minacciati in Calabria, anche chi è stato bastonato per strada.

Quella che segue è la storia di Agostino D’Urso, fotografo del Quotidiano della Calabria sequestrato nel 2008 mentre scattava delle foto per il suo giornale. Il testo è tratto da Avamposto.

Viva Luca Megna, resterai sempre nei nostri cuori. La scritta, di vernice rossa, compare su un muro all’ingresso del quartiere Papanice, appena fuori Crotone, una mattina di giugno del 2008. Luca Megna è il figlio di don Mico, vecchio capobastone detenuto al carcere duro a Fossombrone, 26 anni per associazione mafiosa e omicidio. Da quando il padre è in cella, è Luca, 37 anni, a comandare. Lui a portare avanti i destini della cosca. Fino a una sera di primavera.

È il 22 marzo 2008, la vigilia di Pasqua. Megna è in macchina, una Panda gialla, sta rincasando. Un commando lo blocca sotto casa, mentre è con la moglie Daniela e la figlia Gaia di 5 anni. La pioggia di proiettili arriva all’improvviso. Il boss cerca di scappare, accelera, cambia strada, investe uno dei suoi assassini. Tutto inutile. Nessuna pietà. L’auto, crivellata di colpi, finisce la sua corsa fra le sterpaglie. Poi solo il silenzio, rotto dal grido della donna ferita, il marito senza vita e alle spalle, sul sedile posteriore, la bambina accasciata sul seggiolino, in coma, con un foro nel cranio.

«Mi chiama il giornale e mi dice vai a Papanice.» L’espressione di Agostino è preoccupata. Comincia a raccontare, a ricordare quel pomeriggio, il rumore degli scatti e quel trabiccolo che gli passa accanto, fa marcia indietro e si ferma davanti a lui. Non se ne accorge subito. L’occhio nel mirino, concentrato sull’inquadratura. C’è poco tempo. Le foto vanno selezionate e spedite in fretta. Vanno impaginate. Le scritte che inneggiano al boss hanno spazio in prima pagina.

«Io me lo sentivo che succedeva qualcosa» ricorda Agostino, «quelle scritte erano una sfida allo Stato. Il paese che si schiera col mafioso. Le forze dell’ordine le avevano già fatte cancellare una volta, ma qualcuno le ha riscritte.» Parla rapido. L’agilità e la destrezza che avevamo notato nei suoi movimenti, nel produrre scatti a ripetizione, si trasferisce alle corde vocali: «C’era tensione. Arrivo all’inizio del quartiere e scatto. Dieci, venti foto. Era pomeriggio. Non c’era nemmeno una pattuglia. Eppure giravano. Forse era il cambio turno. Mi squilla il telefono. Vai vicino al cimitero ce ne sono altre, mi dicono dalla redazione.»
Il volto si fa serio, spaventato. «Parcheggio vicino al cancello del camposanto. La frase a caratteri cubitali recita: Dai muri ti possono cancellare dai nostri cuori mai. Inquadro e scatto. Passa questa macchina. Era una di quelle che si guida senza patente, perché in quel periodo lui non poteva guidare, gliela avevano ritirata perché era sorvegliato speciale.»

Lui è Rocco Laratta, uno dei capi del clan Megna, genero di don Mico, cognato di Luca. Pregiudicato, condannato per mafia, associazione a delinquere finalizzata all’estorsione, alla detenzione e allo spaccio di stupefacenti. Un pezzo da novanta, uno che si siede ai tavoli. Una vecchia conoscenza. Laratta era anche tra i fermati della strage di Strongoli del 2000, organizzata insieme al clan degli zingari di Cassano allo Ionio. Gli inquirenti ritengono fosse uno dei killer. Un duplice omicidio di ’ndrangheta nel quale venne ammazzato anche un pensionato che si trovò per sbaglio sulla traiettoria di fuoco. Laratta fu scarcerato un mese dopo dal Tribunale del Riesame di Catanzaro per insufficienza degli indizi di colpevolezza. Agostino non lo nomina mai. Non dice mai il suo nome. Mentre ci dà conto del botta e risposta, agita le mani, ghigna nervoso. Sua moglie Teresa è qui, con noi. Lo guarda con partecipazione.

«Si avvicina questo qua, tutto nero, maglietta nera, tutto scuro con questo occhio un pochino strabico. Con l’aria minacciosa mi dice: “Chi stai facennu cca?” Sto facendo le foto per il Il Quotidiano gli rispondo. “No, no, no. No, cca non hai da fare niente. Cancella tutti i foto.” Va bene, gli dico, allora cancelliamo tutte le foto. “Hai da venire dal fotografo mio.” Va bene, andiamo dal fotografo, rispondo e mi dirigo verso la mia macchina. “No, no, riprende lui, andiamo con la mia macchina.” Guarda che io c’ho la mia, gli dico, così me ne vado dopo, no? Non si è fidato. Mi carica in auto e facciamo tutto il corso. Per tutto il tempo tace, muto. Non una parola. Io pensavo solo chissà dove mi porta, cosa vuole farmi, visto che non ha voluto che lo seguissi. Arriviamo dal fotografo. Entriamo. Lui lo chiama per nome. “Cancella tutti ’i fotu di questo qua” gli ordina. Il fotografo cerca di farlo ragionare, gli dice: “E dai, ma perché? È un giornalista, sta facendo il lavoro suo.” Mi ha difeso ma non poteva fare niente, anche lui aveva paura. “No, no, no, cancella tutto, gli ordina, mi sono stufato di questi giornalisti che stanno facendo tutto ’sto casino.”»

Sembra di rivivere quel brutto quarto d’ora. «Il collega distrugge i file e mi ridà la macchina. Dopo di che lui esce fuori e chiama due persone che erano lì vicino. “Tutte e due, venite cca, accompagnate u fotografo alla macchina. Ce l’ha in fondo al cimitero.” Mi fanno salire su un’altra auto. Io dietro, loro davanti. Però vedo che non imboccano la strada principale ma una stradina secondaria. Mi paralizzo dalla paura. Comincio a pensare. Dove mi portano questi? Resto muto, non faccio domande. Si fermano in una zona deserta, vicino al camposanto e mi dicono: “Mo scendi di qua, vai sempre dritto che la tua macchina sta lì.” Sono sceso di corsa col cuore in gola. Ho acceso il motore e sono scappato. Ho giurato che non ci metterò mai più piede.»

«È tornato bianco, pallido, terrorizzato» interviene Teresa «ha pensato che avrebbe potuto ammazzarlo. Quello non aveva niente da perdere. Per notti intere mio marito non ha chiuso occhio. Aveva incubi. Non si poteva più dormire. È stata dura, anche perché quello, il sorvegliato speciale, era fuori mentre Agostino lo aveva già denunciato e riconosciuto. Abbiamo avuto tutti contro. Qui non c’è l’abitudine a denunciare. Anche i miei genitori, preoccupati, gli hanno consigliato di lasciar stare, gli hanno ripetuto che il gioco non valeva la candela. Lui comunque è andato avanti. È andato anche in tribunale. E io sono con lui.»

Un cliente ci interrompe. Chiede delle fototessere. Agostino scatta in piedi. Prepara la macchina fotografica. Una gamba davanti all’altra, il busto piegato per guardare nell’obiettivo. Poi i click. Consegna le immagini, assorto. Quasi per non perdere il filo del discorso. Riprende a raccontare: «È stato libero per quasi un mese, dopo la mia denuncia, un mese d’inferno. Per la giustizia, la mia intimidazione è niente rispetto ai reati di cui è accusato. Passa in secondo piano. Ma io mi sentivo in pericolo e avevo paura per la mia famiglia. La polizia mi diceva non ti preoccupare, però fai sempre strade diverse, non fare sempre gli stessi orari, apri il negozio tardi, e chiudi prima. Ma se questo avesse voluto vendicarsi? Bastava venisse qui un giorno. E a me chi mi difendeva?»

di Roberta Mani e Roberto Rossi