La mattina di mercoledì 20 ottobre il presidente della Popolare di Milano Massimo Ponzellini ha partecipato a una riunione dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana. Di sera invece, come ha rivelato l’onnipresente sito di gossip Dagospia, lo stesso Ponzellini ha mangiato e bevuto con i suoi amici leghisti in un elegante ristorante del centro di Roma. C’erano ministri (Umberto Bossi, Roberto Maroni, Roberto Calderoli), governatori (Roberto Cota, Luca Zaia) e parlamentari assortiti, tutti padani. Non è la prima volta. Giusto un paio di settimane prima il banchiere era andato a cena, sempre a Roma, con i boss della Lega accompagnati per l’occasione da Giulio Tremonti.

Quella barca in Lussemburgo
Qualcuno si è sorpreso: un uomo di finanza, il capo di una grande banca nostrana ospite di una riunione conviviale di partito? Possibile? Domanda sbagliata. Perché il corpulento Ponzellini, 60 anni, zazzera candida, aria da navigato bon vivant, non è un banchiere e non è nemmeno un politico. Lui partecipa, media, incontra, parla, discute, tratta. E’ un grand commis degli affari. Uno stakanovista delle poltrone. Uno Zelig del potere, che come il protagonista dell’immortale film di Woody Allen, cambia abito e modi per adattarsi all’interlocutore. E gli riesce benissimo. Nasce ricco (il padre Giulio è un influente imprenditore cattolico, già membro del consiglio superiore della Banca d’Italia), diventa ricchissimo per matrimonio (la moglie è una Segafredo, quelli del caffè), fa carriera negli enti di stato come prodiano (Romano Prodi era amico di famiglia) e poi, una decina di anni fa, diventa un fan di Tremonti e, più di recente, anche della Lega. Nel frattempo (2001) Ponzellini è riuscito a partecipare a una sfortunata cordata per rilanciare l’Unità mentre poco dopo (2003-2004) faceva da consulente finanziario a Luigi Crespi, il sondaggista preferito di Berlusconi travolto da una bancarotta per cui è sotto processo proprio in questi giorni.

La lunga esperienza all’estero a Londra e Lussemburgo (nelle banche internazionali Bei e Bers) e una certa frequentazione del bel mondo (Agnelli, Rothschild, sir Rocco Forte) gli hanno cucito addosso l’immagine, coltivata con cura dall’interessato, del finanziere cosmopolita. Molto cosmopolita. A volte persino troppo. Tanto che quando nel 2004 decide di regalarsi una bella barca, un 30 metri battezzato “Santa Maria a mare”, il banchiere amico di Bossi la intesta (e la mette in bilancio) a una società con base a Lussemburgo. Per le tasse è un bel risparmio, a parte la sorpresa di veder transitare per i mari nostrani un vascello che batte bandiera del Granducato, che, come noto, è un paradiso fiscale “ a secco”, completamente circondato dalla terraferma. E chissà che cosa ne pensano l’amico Tremonti e la Guardia di Finanza, da qualche tempo impegnati in una crociata contro gli yacht con bandiere di comodo.

All’occorrenza però Zelig Ponzellini è sempre pronto a lasciare il gessato da finanziere della City per indossare, almeno in spirito, l’armatura dell’Alberto da Giussano tanto caro a Bossi. E infatti, racconta chi c’era, nei mesi scorsi il capo della Popolare di Milano se l’è cavata egregiamente anche agli incontri con la ruspante base leghista. Mica male per un tipo che collezionava Ferrari, sfoggiava una Bentley con autista e una villa ad Ascot, il sobborgo superchic di Londra. Intanto, lui bolognese doc, diffonde urbi et orbi la storia (vera) delle sue origini famigliari nei dintorni di Varese, capitale della Padania, la città di Bossi e Maroni. Con il sostegno della Lega, ma soprattutto di Tremonti e dei potentissimi sindacati interni, l’anno scorso Ponzellini è diventato presidente della Popolare di Milano, detronizzando l’ex democristiano Roberto Mazzotta.

Una poltrona è per sempre
“Lascerò tutti gli incarichi in società del settore finanziario”, si affrettò ad annunciare il neopresidente nel tentativo di sgombrare il campo dai sospetti di possibili conflitti d’interesse. Dev’essergli sfuggito qualcosa, perché a un anno e mezzo di distanza da quella promessa Ponzellini risulta ancora vicepresidente di Ina Assitalia. Che non è un’aziendina periferica visto che fa parte del gruppo Generali assicurazioni, uno dei più importanti d’Europa. Poi c’è Impregilo, un’altra poltrona affidata nel 2007 a Ponzellini da Salvatore Ligresti e Marcellino Gavio (morto l’anno scorso), cioè due dei tre azionisti di comando (l’altro è la famiglia Benetton) del gruppo di costruzioni. Certo anche anche qui non mancano gli incroci pericolosi. Nel 2009, per dire, il banchiere si è trovato a gestire un doppio ruolo nella partita per Citylife, il nuovo quartiere che sta sorgendo a Milano al posto della vecchia Fiera. Ponzellini (come capo della Popolare) era creditore di Ligresti azionista di Citylife e nello stesso tempo, in qualità di presidente di Impregilo, trattava per entrare nel consorzio a cui è affidata la costruzione. Certo non è facile gestire tante poltrone contemporaneamente, neppure per un campione dei giochi di sponda come il banchiere bolognese. Un tipo che nel 2001, rientrato dalla lunga esperienza all’estero, sembrava addirittura destinato alla direzione generale del Tesoro, ovviamente sponsorizzato da Tremonti. Ma il ministro non era l’unico a tifare per lui.

Ponzellini vanta ottime entrature in Vaticano. E’ amico del potente commercialista bolognese Piero Gnudi, attuale presidente dell’Enel. Frequenta un altro collezionista di poltrone come il politico banchiere Fabrizio Palenzona. E non mancano i contatti neppure con Luigi Bisignani, abile mediatore d’alto bordo nelle stanze del potere romano. Niente da fare. Il candidato di Tremonti è rimasto fuori dal ministero. Ma era già pronta una poltrona di riserva, quella di numero uno della Patrimonio spa, la società pubblica incaricata di mettere a frutto le attività immobiliari dello Stato. L’incarico è di per sé impegnativo, ma Ponzellini non riesce a stare fermo e così tra il 2002 e il 2004 si è dato un gran da fare per aiutare il sondaggista Crespi, amico di Berlusconi e anche di Tremonti. Un aiuto concreto visto che l’allora presidente di Patrimonio spa alla fine del 2002 firma una fideiussione di 3,5 milioni a garanzia di un prestito destinato a una società di Crespi. Finisce male. Di lì a poco, siamo nel 2004, arriva la bancarotta della società di sondaggi Hdc.

Ponzellini però riesce comunque guadagnarci qualcosa. Una società di famiglia (controllata dalla moglie) onora la garanzia e rileva il credito. Poi compra dal fallimento di Crespi la Editing srl. Quest’ultima, gestita dalla figlia di Ponzellini, è un’azienda editoriale che produce riviste chiavi in mano. Il parco clienti è ricco di sigle altisonanti, oltre alla De Agostini troviamo Enel, Poste, Bnl, l’Arma dei carabinieri, la regione Lombardia. E’ proprio vero: tanti amici, tanti affari.

da il Fatto quotidiano del 23 ottobre 2010