“Le malattie legate all’utilizzo dell’acqua contaminata dal petrolio colpiscono più duramente le donne. Pretendi che l’acqua che utilizzi per lavare, cucinare e bere non sia contaminata”.

Radio Sucumbios alterna brani musicali a spot in stile “pubblicità progresso” mentre l’auto di Ramiro Agurto avanza lenta per le strade di Lago Agrio, grigia cittadina del nord-est dell’Ecuador, a pochi chilometri dal confine colombiano. E’ questa la meta prescelta di petrolieri e prostitute, come diligentemente annota una famosa guida turistica. Benvenuti nell’Amazzonia conosciuta come “Oriente”, nella parte in cui, di impenetrabile, restano solo le aree rilasciate in concessione alle compagnie petrolifere. L’elenco delle presenze è lungo: ci sono i cinesi della Petroriental e della Chinese National Petroleum Corp, la spagnola Repsol, la brasiliana Petrobras, l’italiana Agip. Tutti a pompare petrolio da un territorio che fino a qualche decennio fa era foresta vergine, abitato solo da campesinos e da popoli indigeni, come i Tetetes, non “contaminati” dalla “civiltà”.

L’Ecuador è tra i dieci principali fornitori di petrolio degli Stati Uniti: gli americani sono stati i primi ad arrivare in Amazzonia, negli anni Sessanta, e i principali responsabili dei danni irreversibili causati in quest’area non solo all’ecosistema ma anche alla salute delle persone. “L’aspettativa di vita nelle regioni di Sucumbios e Orellana è dieci anni più bassa della media nazionale”, spiega Ramiro. “Negli anni successivi all’arrivo della Texaco sono andati moltiplicandosi a livello esponenziale i casi di cancro e leucemie, così come le malattie della pelle e problemi allo sviluppo e all’apprendimento dei bambini”. Per capire fino a che punto il destino della compagnia petrolifera statunitense si leghi a quest’area, basta pensare che lo stesso nome di Lago Agrio altro non è che la traduzione letterale di “Sour Lake”, la cittadina texana dove è nata la Texaco.

Si stima che tra il 1967 e il 1997 la società (successivamente acquisita dalla Chevron) abbia estratto qualcosa come 5,6 miliardi di litri di petrolio in “Oriente”. E’ ora accusata di aver scaricato intenzionalmente 60,6 milioni di litri di greggio e 70,1 miliardi di liquami tossici, inquinando 2,5 milioni di acri di terreno.

“Negli anni Sessanta non esisteva alcun controllo dello Stato da queste parti. Texaco arrivò, strinse accordi direttamente con gente sprovveduta e con rappresentanti politici facilmente corruttibili e cominciò ad estrarre greggio incurante di qualsiasi accorgimento a tutela dell’ambiente. La gente ricorda benissimo come l’odore di gas rendesse l’area irrespirabile vicino a campi ed abitazioni, come si rovesciasse direttamente petrolio sulle strade non asfaltate per evitare che si alzasse la polvere, come le piscine a cielo aperto di “crudo” , come lo chiamano qui, cominciassero a costellare i terreni senza che ci fosse nessuno a impedirlo”, commenta amaro Ramiro. A quei tempi la regione amazzonica era molto più piovosa di ora: la pioggia portava tutti i liquami tossici ai fiumi, inquinandoli irrimediabilmente.

A 37 anni, dopo aver denunciato per lungo tempo misfatti di questo tipo alla radio locale, Ramiro fa ora parte della squadra di dipendenti locali di Coopi, una ong italiana che, tra i vari progetti che ha portati avanti in Ecuador, è riuscita a garantire a una serie di villaggi sviluppatisi lungo il fiume San Miguel la costruzione di un sistema di acqua potabile.

Prima di questo intervento, la vita della gente dipendeva interamente dal fiume, da dove si prendeva acqua per bere, mangiare, cucinare, lavarsi. Con effetti devastanti per la salute.

“Inizialmente la nostra prima preoccupazione fu quella di evitare che le macchie di petrolio che vedevamo scendere lungo il rio ci sporcassero i panni. Poi cominciammo a notare violente eruzioni cutanee sulla pelle dei bambini, i primi ad essere colpiti anche da scariche di diarrea e vomito”, ricorda Ruth Dominguez, abitante di un piccolo villaggio di frontiera.

Ormai 17 anni fa, quando cominciò ad essere chiaro che doveva esistere una stretta relazione tra l’alto tasso di mortalità della popolazione e la condotta della Texaco, ebbe il via una causa giudiziaria che col passare degli anni è diventata una class action senza precedenti a difesa di 30mila campesinos. A guidarla, un giovane avvocato allora alle prime armi: Pablo Fajardo.

La sentenza di primo grado è attesa per la primavera del 2011. Qualora la Chevron dovesse perdere, si creerebbe un precedente destinato a creare seri grattacapi anche alle altre compagnie petrolifere.

di Tiziana Prezzo