Elio De Capitani

Un Romeo e Giulietta a lieto fine, un dramma, anzi una tragicommedia, della gelosia. Ma anche la follia del tiranno, lo scontro generazionale, la condizione femminile. Temi antichi eppure sempre nuovi, soprattutto se l’autore è William Shakespeare e la compagnia che lo mette in scena è quella del Teatro dell’Elfo, specializzata fin dai suoi esordi nella rilettura del grande bardo (celebre la versione del Sogno di una notte d’estate di Gabriele Salvatores). Un ritorno alle origini e, insieme, un passo nel futuro rappresentato dalla nuovissima sede del teatro, ora Elfo Puccini dal nome della gloriosa sala del varietà di corso Buenos Aires, a Milano, trasformata in un teatro ultramoderno con tre sale disposte su due piani.

L’opera scelta da Elio De Capitani (l’indimenticabile Caimano di Nanni Moretti) e Ferdinando Bruni, inossidabile coppia di registi-attori dell’Elfo, per l’inaugurazione della stagione teatrale e in scena dal 19 ottobre al 23 novembre, è Racconto d’inverno, uno dei testi shakespeariani meno rappresentati in Italia: una favola ambientata in un’epoca indefinita, in luoghi vagamente esotici e con una trama ricca di colpi di scena, viaggi avventurosi, salti temporali, ritrovamenti insperati. Una tragicommedia dove si piange e si ride, come nella vita. E dove, come in tutte le opere di Shakespeare, personaggi e temi così lontani nel tempo (l’opera fu scritta nel 1611) possono essere riletti in chiave attuale. Perché eterni sono i problemi legati alla coppia, al potere, al conflitto generazionale, alla condizione femminile, tutti argomenti affrontati da Shakespeare con una lungimiranza sorprendente.

La storia, piuttosto complicata, ha al centro la folle gelosia del re di Sicilia Leonte che, convinto dell’infedeltà della moglie Ermione, distrugge il suo matrimonio, i figli e l’amicizia che lo legava dall’infanzia a Polissene, re di Boemia, presunto artefice del tradimento. Ermione, condannata in un ingiusto processo dove il marito tiranno cambia le carte in tavola e accusa tutti, anche la pizia dell’oracolo di Apollo, di mentire e complottare contro di lui (vi ricorda qualcuno?) si difende con grande dignità, ma soccombe, o così pare, alla violenza del potere.

Passano gli anni (sedici: fra i personaggi dell’opera c’è anche il Tempo) e in terra di Boemia Florizel, figlio di Polissene, s’innamora di una pastorella che altri non è che Perdita, la figlia della presunta colpa ripudiata da Leonte e abbandonata in fasce nella terra del nemico traditore. Il quale, naturalmente, è contrarissimo a relazione del figlio con quella che crede un’arrampicatrice sociale. I due fuggono allora in Sicilia, dove Perdita scoprirà di chi è figlia e, soprattutto, l’orrore della follia paterna. Ma nella contrapposizione violenta fra padri e figli saranno questi ultimi a «salvare» gli adulti riportando armonia e nuova vita dopo un lungo sonno della ragione e dei sentimenti. Il finale, che al contrario di Romeo e Giulietta non prevede la morte ma la resurrezione degli amanti, avviene fra molte risate e buffi personaggi di contorno che dal quarto atto irrompono sulla scena girando la tragedia in commedia, aiutati anche da un linguaggio reso modernissimo dalla nuova traduzione del testo che riporta Shakespeare a quello che originariamente era: un autore profondamente popolare.

Perché Bruni e De Capitani hanno scelto proprio quest’opera di Shakespeare, affrontando anche le difficoltà di una messa in scena complessa (oltre al Tempo, a un certo punto sul palcoscenico irrompe perfino un orso)? «L’idea iniziale era di continuare la nostra rilettura shakespeariana con Otello, ci abbiamo lavorato a lungo ma avevamo difficoltà a capire come metterlo in scena in modo originale perché era un’opera molto rappresentata. Poi abbiamo pensato che il tema della gelosia poteva essere affrontato in modo diverso, in un Otello senza Iago: Racconto d’inverno, appunto. E da quel momento le difficoltà sono sparite».

In realtà, spiegano i registi-attori (Leonte è Bruni, mentre De Capitani fa Polissene) Iago non è scomparso: è interno al protagonista: «La gelosia non ha bisogno di un agente esterno che la attivi, è dentro Leonte: un meccanismo più realistico per definire quanto di negativo può esserci dentro di ognuno noi, per spiegare come un sentimento nefasto possa distruggere le persone. E se a impazzire è il re o il presidente, è tutto lo stato che ne risente».

Racconto d’inverno, dunque, non è solo un’opera sulla gelosia, è un testo sul pericolo del potere assoluto, il potere che in mano a un tiranno pazzo può seminare morte e disperazione («ma non facciamo paragoni con il nostro presidente del consiglio: purtroppo per lui non ha la grandezza di un personaggio shakesperiano»). Ed, è soprattutto, un formidabile testo sulla forza e la dignità delle donne: sono loro, Ermione e Paulina (l’amica che la difende e la protegge) le autentiche eroine. «E Shakespeare sapeva di che cosa parlava: anche se quando scrisse il Racconto d’inverno la regina Elisabetta era già morta, lui ne aveva vissuto la forza, l’integrità, la grandezza. Per Shakespeare la regina era un modello e come tale lo rappresentava ai suoi spettatori, anche se a modo suo». Un modo dice De Capitani che consiste nel venire incontro, inizialmente, al luogo comune dell’epoca sull’inaffidabilità delle donne bisbetiche e bugiarde, per poi smontarlo e affermare la superiorità morale femminile. Esattamente quello che fa con il personaggio di Ermione.

Che cosa può arrivare ai giovani di un’opera apparentemente così lontana nel tempo e nella forma? «Noi facciamo questo mestiere proprio per trasmettere alle nuove generazioni il patrimonio di esperienza, lo sguardo, un’idea più generale di un teatro dove l’uomo può trovare se stesso» rispondono Bruni e De Capitani. «Una volta il teatro era lo specchio della realtà, oggi la realtà è di secondo grado, perché tutti si rappresentano, tutti vogliono la visibilità. La sostanza delle cose non interessa a nessuno. Noi invece crediamo alla forza della rappresentazione teatrale e per questo riteniamo che espressioni come “il teatrino della politica” siano offensive per il teatro, che è molto meglio della realtà».