Pier Silvio è così. Lo scorso aprile, la sua compagna Silvia Toffanin era all’ultima puntata nella conduzione di Verissimo, prima del congedo per maternità. E lui è piombato a sorpresa negli studi di Canale 5 e le ha consegnato, in diretta, tre rose, due rosse e una bianca. “La prima rosa è per la conduttrice di Verissimo che anche quest’anno con la sua squadra ha fatto un lavoro fantastico. La seconda è per la futura mamma che per me è la più bella del mondo. La terza è per qualcuno che ancora non conosco ma che non vedo l’ora di conoscere e al quale voglio già un mondo di bene”. Seguono lacrime di lei e bacio davanti alle telecamere. Un momento sublime di televisione nazional-popolare, ma anche berlusconian-casalinga: tutto in pubblico, tutto in famiglia.

Lorenzo Mattia è poi nato il 10 giugno 2010. Pier Silvio voleva un maschio ed è stato accontentato. La sua prima figlia, Lucrezia Vittoria, ormai ventenne, è nata nel 1990, quando il padre aveva 21 anni e aveva una relazione con la modella Emanuela Mussida. Poi Berlusconi jr è stato risucchiato dalle responsabilità manageriali: ha un impero a cui pensare, mentre papà è impegnato in politica. “Mio padre non mi ha mai chiesto di occuparmi dell’azienda. Non mi ha neanche spinto a farlo”, racconta nel 2008 a Vanity Fair. “Le dirò di più: purtroppo per me, fino al 2000 non è stato consapevole di quello che facevo in Mediaset. Dico purtroppo, perché sono stato travolto da un vortice, mi davano sempre più responsabilità, a fronte di grossi problemi organizzativi. Ho vissuto anni molto duri, serate in cui tornavo a casa quasi con le lacrime agli occhi, tanta era la pressione. Ma non ne parlavo con papà, non volevo preoccuparlo con le mie insicurezze”.

Non è facile essere figli di Silvio Berlusconi. “Quanti anni hai figliuolo?”. “Cinque, papà”. “Io alla tua età ne avevo sei”. Questa è una delle mille battute che il padre racconta in giro con compiacimento (tra le proteste di Daniele Luttazzi: “L’ha rubata a me!”). Ma non è più una questione psicologica di rapporti tra un figlio e un padre ingombrante. Ormai i problemi sono giudiziari.

Piccoli B. crescono

L’ultimo viene da Roma, dove i pm Pierfilippo Laviani e Barbara Sargenti hanno convocato anche PierSilvio, insieme al padre e ad altre sette persone, per rispondere alle accuse di frode fiscale e false fatturazioni. E Berlusconi jr è indagato da tempo anche a Milano, nell’ambito dell’inchiesta Mediatrade. Superata la soglia dei 40 anni, Pier Silvio può finalmente dire di essere a tutti gli effetti un protagonista del sistema Berlusconi. Il primo segnale gli arrivò nel 2004, quando fu coinvolto nell’indagine su Universal One e Century One: due società delle Isole Vergini britanniche che facevano capo a due trust intestati l’uno a Pier Silvio e l’altro a Marina Berlusconi. Secondo il pm di Milano, Fabio De Pasquale, servivano a comprare diritti televisivi dagli Stati Uniti, con una catena di passaggi fittizi in cui i costi aumentavano, a tutto vantaggio di misteriosi intermediari. Alla fine della catena, le società in Italia di Silvio Berlusconi risparmiavano un mucchio di soldi in tasse. E contemporaneamente mettevano al sicuro consistenti fondi neri: perché gli intermediari erano parte del gioco,erano d’accordo con Silvio. Il meccanismo ha un inventore, un architetto abile ed esperto: l’avvocato londinese David Mills,che costruisce per Berlusconi la catena di società offshore della Fininvest riservata, detta “Group B-very discreet”.

Tra il 1992 e il 1994 la catena avrebbe prelevato, secondo l’accusa, circa 63 milioni di dollari, 12 di franchi svizzeri e 2 di franchi francesi: denaro sottratto all’azienda e accumulato sui conti di Century One e Universal One, i cui “beneficiari economici” erano “rispettivamente Marina e Pier Silvio Berlusconi”. Sì, perché De Pasquale trovò i documenti dell’atto di nascita dei due trust e vide che in calce c’erano le firme dei due figli del capo. Ma Pier Silvio e Marina erano sì “beneficiari economici”, ma erano ancora ragazzi e comunque ogni operazione aveva bisogno del consenso del padre. Così in quell’inchiesta il pm non chiese neppure il loro rinvio a giudizio. Era, evidentemente, il duro apprendistato nel campo delle operazioni offshore.

Le inchieste dei padri…

Al giro successivo, Pier Silvio è consapevole del suo ruolo: almeno secondo le ipotesi d’accusa. Così i pm di Milano lo tirano in ballo nell’inchiesta Mediatrade. E ora fanno altrettanto quelli di Roma. Questa volta il meccanismo dei passaggi tra diversi intermediari esteri avrebbe provocato un’evasione fiscale da 16 milioni di euro. Nel solo periodo 2003-2004, quando la società alla fine della catena, la Rti,controllata da Fininvest,aveva sede legale a Roma. Il gioco è lo stesso architettato da Mills e per anni messo in pratica – sempre secondo le ipotesi d’accusa – da Fininvest prima e da Mediaset poi: i diritti tv erano comprati a un certo prezzo a Hollywood, poi piroettavano tra gli States e Hong Kong, per giungere infine a Cologno Monzese. Nel tragitto dalla Mecca del cinema e della tv fino alla capitale di Mediaset, i prezzi si gonfiavano (anche del 45 per cento in più). Sparivano dunque delle belle somme, inghiottite dagli intermediari: fondi neri, secondo i pm. E, all’arrivo, ecco un bel risparmio fiscale. A Hollywood operava anche il principe degli intermediari, quel Frank Agrama grande amico di Silvio e in af fari con lui fin dal 1976.Compra  va e poi rivendeva alle società di Berlusconi: facendoci però la “cresta”. Ma era davvero una “cresta”, o un gioco concordato? Le toghe (“rosse”, naturalmente) milanesi si sono convinte che fosse un gioco delle parti. Adesso ci si mettono anche quelle romane: non ci sono più i porti delle nebbie di una volta…

Anzi: i milanesi avevano mandato a Roma, per competenza territoriale,carte su indagini a“modello 44”, cioè a carico di ignoti. Sono stati i romani a svelare il facile gioco: gli “ignoti” si chiamano Silvio e Pier Silvio.Berlusconi jr è pienamente coinvolto, questa volta, dicono i pm. In effetti è vicepresidente di Mediaset e negli anni interessati dall’indagine era vicepresidente di Mediatrade spa, la società che operava sui diritti, e poi presidente e consigliere delegato di Rti spa, la società controllata da Mediaset a cui i diritti arrivavano. Ed è intervenuto, scrivono i magistrati, “in funzione decisoria”. Piccoli Berlusconi crescono.

Da Il Fatto Quotidiano del 17 ottobre 2010