di Marcello Ravveduto

Chi di voi ha mai visto il film I magliari (1959) di Francesco Rosi? La storia è presto detta: un gruppo di napoletani in Germania si aggira nelle città e nelle campagne a piazzare stoffe, tappeti e capi d’abbigliamento di scarsa qualità, venduti, però, come prodotti artigianali di fattura pregiata. Anche all’estero si replica il modello organizzativo per bande tipico della criminalità organizzata napoletana. Si fronteggiano diversi gruppi che, tra innocui avvertimenti e veri e propri attentati, stabiliscono le gerarchie di controllo del territorio, mescolandosi e scontrandosi tra loro e con altri gruppi criminali di differenti nazionalità.

I magliari rappresentano il primo esempio di scalata imprenditoriale della camorra sui mercati illegali non violenti. Si tratta di un nucleo omogeneo di operatori capaci di esportare, globalizzandole, le caratteristiche truffaldine della compravendita metropolitana. Le “api operaie” della camorra invadono le città straniere abusando dell’ingenuità di popolazioni sprovviste degli anticorpi necessari per difendersi dall’assalto dello sciame.

Il fenomeno inizia ai primi del novecento, legato soprattutto alla vendita di tessuti. Nel secondo dopoguerra sono i prodotti in finta pelle a caratterizzarne l’attività, e, in seguito, prodotti con marchi che somigliano alle grandi griffe, o prodotti direttamente contraffatti. A questa attività  negli ultimi anni si è aggiunta quella dell’oro falso, dei trapani falsi, delle macchine fotografiche e videocamere false, della rubinetteria falsa e anche la vendita di quadri e posate. Si recano all’estero per 15 giorni, in genere ogni due o tre mesi, e poi fanno ritorno a Napoli o nei comuni attorno dove vivono. Si riforniscono nei grandi depositi camorra, camuffati nel disordine urbano dell’hinterland napoletano e ripartono. Spesso si spostano su più mercati e non tornano nello stesso posto.  Nei decenni precedenti portavano con sé la merce in camioncini o in macchine spaziose; negli ultimi anni si appoggiano a depositi di merci ubicate nelle città straniere dove vanno a svolgere la loro attività di “piazzisti”. Si dislocano nelle grandi aree di parcheggio, davanti ai supermercati, nelle stazioni di servizio. Per convincere l’acquirente della bontà del prodotto dicono di tornare da una fiera e che intendono svendere la merce invenduta, oppure di essere stati rapinati e di non poter rientrare in Italia se non vendendo qualche capo di abbigliamento, giusto per fare i soldi necessari a pagare il viaggio. Non parlano correttamente la lingua del luogo, ma solo le frasi sufficienti a stabilire la contrattazione. In genere fanno riferimento a napoletani da anni residenti in quei luoghi o ai figli di questi.

I magliari rispondono ad una necessità del consumatore: acquistare prodotti di qualità discutibile ad un prezzo conveniente. Il confine tra il magliaro ed il venditore ambulante è la stabilità: la coscienza di vendere la merce truffando impone di non tornare nello stesso posto dopo aver piazzato il “pacco”. Il magliaro è il venditore ambulante che imbroglia sulla merce, sul prezzo, sulla qualità o sulla provenienza. Non sono lavoratori migranti, piuttosto piccoli predatori che vanno all’estero per evitare di essere riconosciuti ed allontanati: vendono, accumulano e tornano col bottino. È un lavoro a tempo determinato, in un luogo determinato. È un sistema di sopravvivenza con il quale si sono esportati i prodotti del mercato illegale napoletano; il loro mestiere non appartiene al mondo del vizio: non usano la violenza, non vessano il consumatore, gli basta piazzare la merce falsa o ricettata senza essere scoperti. La contraffazione, come imbroglio dell’acquirente, non è sempre un elemento fondamentale della vendita; il vero principio fondante è vendere ad un prezzo accettabile per il consumatore che cede moralità di fronte al minor prezzo del prodotto: cioè il consumatore sa di acquistare un prodotto falso ma contemporaneamente sa che ciò rappresenta la cessione morale che deve accettare per pagarlo di meno. Anche se falso è un prodotto che vuole avere ad un prezzo basso. Con questo stratagemma la camorra si presenta all’estero, tasta il territorio e stabilisce, poi, centrali operative. Eppure in questo Paese si continuano a vendere prodotti di marca con un testimonial d’eccezione che suadentemente si rivolge al pubblico dicendo: «Accattatavillo!».