Domanda: qual è il modo migliore – o il meno spettacolarmente ipocrita – per celebrare i 33 minatori vivi? Vivessimo in un mondo decente, la risposta non potrebbe essere che questa: ricordando, uno per uno, i 31 minatori morti. Ovvero: riesumando dall’anonimato tutti i minatori che, nei primi sei mesi di quest’anno – in linea con una media statistica che, dal 1990, vede 54 vittime all’anno – sono stati uccisi da non accidentali incidenti nelle miniere del Cile. Oppure, ancor meglio: rammentando alcune molto fresche pagine di storia che, almeno in parte, spiegano per quale motivo, prima di diventare celebrità planetarie, i minatori vivi di Copiapó fossero (come i loro 31 colleghi morti quest’anno) costretti a lavorare in condizioni di assoluta insicurezza. I tempi, oltretutto, coincidono quasi alla perfezione. Mercoledì scorso, quando Luis Urzúa – ultimo dei 33 “miracolati” – è emerso dalle viscere di quell’arido e di norma dimenticato lembo di mondo, non mancavano, in effetti, che cinque giorni al 37esimo anniversario d’un evento che, per molti aspetti, sembra l’immagine capovolta del grande spettacolo a lieto fine che, proprio con l’apparizione di Urzúa, è infine entrato nel suo apogeo.

Quell’evento, consumatosi tra il 30 settembre ed il 22 ottobre del 1973, è passato agli archivi sotto il nome di “carovana della morte”. Ed al contrario della carovana della vita appena conclusasi – nata per diseppellire, in un bagliore di luci, uomini ancora vivi – il suo obiettivo era quello di seppellire, spenti tutti i riflettori, uomini già morti. Uomini morti perché ammazzati. Ed ammazzati perché minatori. O meglio: perché dei minatori difendevano la vita e gli interessi.

Breve promemoria, per meglio capire. Tre settimane dopo il colpo di stato dell’11 settembre 1973, la nuova giunta militare diretta dal generale fellone Augusto Pinochet decide, ormai consolidato il suo potere a Santiago, di spezzare ogni resistenza nell’intero paese. Ed in particolare nelle regioni minerarie, vero cuore economico d’un paese che in gran parte vive dell’esportazione del rame, e centro d’un movimento sindacale che, del governo di “Unidad Popular” appena abbattuto, era una delle architravi. Strumento di questa operazione di “pulizia politica” è una spedizione militare affidata al generale Arellano Stark, con lo specifico compito di percorrere tutte le aree “a rischio”, chirurgicamente decapitando il movimento sindacale (già distrutto a livello centrale) di tutti i suoi leader locali. La “carovana” arriva a Copiapó il 16 ottobre. Ed in due giorni rastrella 16 persone (parte significativa d’una catena di omicidi che, ufficialmente, avrebbe raggiunto quota 74), le uccide e le seppellisce (presumibilmente in una fossa comune). Tra loro anche Benito Tapia, 32 anni, socialista, dirigente della Confederación de Trabajadores del Cobre e patrigno di Luis Urzúa, il minatore numero 33, riconosciuto capitano della ciurma umana naufragata sottoterra a settecento metri di profondità, e riportata alla vita dalla più spettacolare e più televisiva operazione di salvataggio della storia dell’uomo.

Ecco. Vivessimo in un mondo decente, queste cose ricorderemmo. E le ricorderemmo perché proprio queste cose rivelano- non da sole, certo, ma in parte essenziale – le vere origini di questa storia che, via televisione, ha conquistato il globo terracqueo. Vale a dire: perché spiegano le ragioni per cui quei 33 uomini fossero rimasti imprigionati in una miniera priva, per cosi dire, di appropriate uscite di sicurezza. E perché molti altri – 54 in media ogni anno, come scritto sopra – non riescano, per dirla con Dante, a “riveder le stelle”. In miniera si muore da sempre. Ma da quando la dittatura pinochetista – che pure non se l’è sentita, per molte ragioni, di riprivatizzare il rame – ha usato il Cile come laboratorio per le teorie liberiste dei suoi “Chicago Boys”, nelle miniere cilene si muore molto di più. E molto di più – è facile prevedere – si continuerà morire nonostante le solenni promesse del presidente Piñera, ex impresario televisivo e grande beneficiario politico del “Copiapó Show”.

E chissà. Vivessimo in un mondo decente, qualcuno già avrebbe sottolineato, anche, come il vero miracolo di questa storia – un irripetibile miracolo sociale in un paese dove le tonalità dell’epidermide contano assai – stia negli abbracci in mondovisione tra la bionda prima dama (ovvia rappresentante del bianco mondo dei “cuicos” come da quelle parti chiamano le persone di pura origine europea) e “los cholitos” che, uno dopo l’altro, uscivano come neonati dal metallico utero della “Phoenix”…

Noi però in un mondo decente non viviamo. Per cui, quello che ci attende al termine di questa straordinaria storia umana diventata reality show non può, a conti fatti, che essere un altro reality show. Un vero reality show. Uno show (anzi, una scorpacciata di show) che è davvero “real”, perché puramente televisivo dalla prima all’ultima sequenza. Basta con le isole deserte e con i panorami tropicali. Basta con i cieli azzurri e con le acque terse del Caribe. Basta con le abbronzature e con le punture d’insetti. Adesso sono le profondità della terra ad essere davvero “cool”. In una parola: quel che ci attende al capolinea di questa storia è, in un modo o nell’altro, “La miniera dei famosi”. Già si avvertono le prime avvisaglie. Una rete televisiva americana – Spike TV, specializzata in reality show naturalistici estremi, il più famoso dei quali è “World deadliest Catches”, dedicato alla pesca di pesci pericolosi – già annunciato uno spettacolo dal titolo “Coal”, carbone, ambientato nelle miniere del West Virginia…

Prepariamoci, dunque. Ma come? Una buona terapia – puramente sintomatica, ma efficace – è andarsi a rivedere un vecchio film comico intitolato “Zulander” e, a suo tempo, passato piuttosto inosservato. Interpretato da Ben Stiller, il film è la storia d’un modello che, nauseato dalla falsità del rutilante mondo dell’alta moda, decidere di ritrovare se stesso ritornando in famiglia. E poiché la sua è una famiglia di minatori – minatori del carbone in West Virginia, per l’appunto – proprio questo fa Zulander. Torna in miniera. Ed esilaranti sono le scene nelle quali, piccone alla mano, nel profondo degli inferi, posa dopo posa riproduce, di fronte a minatori esterrefatti, la patinata mentalità del suo lavoro di superficie.

L’ironia, notoriamente, è un eccellente anestetico. Ma dietro le risate, il dolore resta. E non ha – a meno di un altro miracolo – rimedio. Per noi tutti e, soprattutto, per i 33 “eroi” finiti nel frullatore della nostra civiltà dell’informazione. Uno scrittore cileno, Hernán Rivera Letelier, ha dedicato loro una preghiera che qui (data la familiarità tra italiano e spagnolo) riproduciamo in originale:

Oración 33

Señor, tú que sabes
De milagros y esperanzas
No los abandones.
En esta hora del secuestro
Rescátalos de sus rescatadores
No los abandones.
Baja tú antes que los medios
Infórmales antes que sea tarde
No los abandones.
Sácalos de los sets de televisión
Apártalos de las luces que enceguecen
No los abandones.
Tú sabes que entre cámaras y flashes
Ya destruyeron la Tragedia.
Pero a ellos, no los abandones.

Preghiamo, dunque, in silenzio. In silenzio e, soprattutto, a televisore spento…