Quando fu convocata, la scorsa estate, sull’onda dei fatti legati all’accordo di Pomigliano, la manifestazione Fiom del 16 ottobre sembrava ancora solo una normale manifestazione sindacale indetta da una categoria accerchiata e bisognosa di rompere l’assedio. Oggi è la principale manifestazione politica di opposizione, desta preoccupazione in ogni parte e spinge il governo alla solita, stantia mossa dell’allarmismo per creare allarme e inquinare la discussione.

La manifestazione infatti è un problema innanzitutto per il governo perché dimostrerà, nelle forme, nei numeri e nei contenuti che quell’Italia legata a valori forti come la dignità del lavoro, la giustizia sociale, il rispetto dei diritti, il protagonismo democratico, è ancora forte, viva e vegeta. Non è bastata la disfatta della sinistra ex-radicale a farla scomparire dalla scena. La manifestazione sarà una sconfitta per la pretesa governativa di governare dall’alto il conflitto sociale utilizzando i sergenti Cisl e Uil contro la Fiom e impigliando la naturale e salutare dialettica del mondo del lavoro. Sarà una sconfitta politica e anche numerica, quando si scoprirà che un solo sindacato, i suoi alleati, i movimenti sono in grado di mobilitare forze di gran lunga superiori a quelle del partito berlusconiano. Per questo i Maroni, i Sacconi e quanti altri soffiano sul fuoco, alzano il tiro di una provocazione oramai vista in scena decine e decine di volte (chi ricorda “gli attacchi biologici” previsti alla vigilia del Social forum di Firenze?) e cercano di mischiare le carte.

Ma la manifestazione è problema anche per l’opposizione, per il Pd e i suoi alleati come dimostra la non adesione di Bersani al corteo. Eppure, è proprio Bersani a dire in tv, ancora ieri sera a Annozero, che la questione numero uno del paese è il lavoro. Come si fa a parlare di lavoro e non interloquire, sia pure criticamente, con le istanze che saranno poste dalla piazza del 16? In realtà, il Pd continua a giocare sui diversi tavoli, come ha sempre fatto: non vuole pagare pegno a sinistra ma nemmeno scoprirsi a destra. Come dice, candidamente, Fioroni sceglie ancora la linea “opportunista”. E gli alleati di sinistra, che giustamente saranno in piazza e staranno nel senso comune della manifestazione, come faranno poi a giustificare un’alleanza complessiva in cui c’è tutto e il contrario di tutto?

Ma la manifestazione Fiom e movimenti fa paura soprattutto perché modifica l’agenda e impone un altro discorso politico. Non è una manifestazione in cui si parla della politica “politicienne”, di Palazzo, di manovre e tattiche, ma di vita concreta, di vite vissute sui luoghi di lavoro, nella durezza quotidiana che riguarda milioni di uomini e donne. E’ la manifestazione della solitudine degli operai di Termini Imerese, rimasti senza fabbrica e privi di futuro; la manifestazione di quegli operai licenziati e reintegrati ma che trovano mille ostacoli; di quelle centinaia di migliaia di cassaintegrati che non sanno se troveranno un nuovo lavoro e a cui nessuno dà una risposta, tanto meno il nuovo ministro dello Sviluppo economico. E’ l’Italia che si è intravista ieri sera a Annozero, con le facce delle operaie dell’Omsa, lasciate brutalmente a casa da un padrone feroce quanto coccolato dal sistema attuale, o con i visi sofferti e incazzati degli operai bergamaschi che hanno contestato la Cisl. E’ la manifestazione che ripropone la dialettica irriducibile tra il lavoro e il capitale, tra un’identità di classe, moderna e ancora tutta da esplorare, ma ineludibile.

Per questo descrive una identità, un insieme che è anche una risorsa per uscire dalla crisi, complessiva, di questo paese. Un’identità basata sul lavoro ma che lo dilata e guarda oltre. Non è un caso che domani ci siano in piazza studenti medi e universitari, lavoratori e lavoratrici della ricerca, della formazione, della scuola, settori della società civile impegnati politicamente, comitati per l’acqua pubblica e i beni comuni. Ancora una volta si evidenzia una soggettività, una possibile cultura comune, molteplice che fa però le prove dell’unità. L’abbiamo vista all’opera anni fa quando ci furono i Social forum e poi in altre forme diverse. Dovremmo trovare le forme di ridare luoghi comuni a questo “popolo”, a partire dai livelli locali, strumenti condivisi e possibilità di relazione permanente. Perché il giorno dopo, “non ci si perda di vista” e si possa continuare a incidere nel dibattito pubblico. Fuori da logiche partitiche o, peggio, elettorali. Ma continuando a tessere una tela originale fatta di riforma della politica stessa, di partecipazione, di democrazia e di conflitto.