Nemmeno un anno fa Altero Matteoli prometteva agli amici che avrebbe lasciato Livorno al suo socialismo reale anacronistico e da bassofondo. Poi, il 7 ottobre, ha scritto una lettera inequivocabile a tutti gli enti locali: nella partita per l’Autorità portuale, il vero governo della città, “dovrete fare i conti con me. I nomi dei candidati espressi, Roberto Piccini, presidente uscente dell’autorità e Roberto Nardi, presidente della Camera di commercio, non bastano. Voglio una terna”.

Così Matteoli, già colonnello di Fini e oggi uomo di Berlusconi, ha voluto entrare a gamba tesa in una decisione fondamentale della città che lo vide, trent’anni fa, muovere i primi passi in politica dai banchi del Movimento sociale. Era il 1975, quando Livorno era una roccaforte rossa e il Pci un partito vero. Un contesto difficile per il giovane ragionier Altero, classe 1940 da Cecina, fascista dalla testa ai piedi. E oggi che finalmente comanda lui, qualche sassolino dalle scarpe evidentemente vuole toglierselo.

Pensare che potesse lasciare la presidenza della Port Authority nelle mani di Piccini, figlio di Italo, uomo forte del porto per un trentennio, era assai improbabile. Così Matteoli ha atteso che gli enti preposti a presentare una rosa di candidati si scannassero fra di loro e alla fine, quando sono emersi i nomi di Piccini e Nardi, si è fatto sentire. “Ci vuole una terna. O viene individuato un altro candidato, oppure il governo del porto sarà commissariato”.

Eppure Matteoli di scottature nella sua Livorno ne ha prese a sufficienza. La storia più clamorosa è quella di Bruno Lenzi negli anni in cui è stato commissario dell’autorità portuale e della Porto 2000. Colui che Matteoli aveva individuato come uomo forte della destra per risollevare il carico e lo scarico delle merci labroniche da anni di sonnolenza.

Ma l’ascesa di Lenzi, tra 2004 e il 2007, è finita in uno dei più grossi scandali giudiziari che il porto di Livorno abbia mai vissuto. Quando nel 2009 la Guardia di Finanza, è andata a spulciare i conti della Porto 2000 ha trovato un inferno di ruberie che non si vedeva dagli anni del craxismo sfrenato. Coi soldi pubblici Lenzi aveva acquistato quadri, una collezione di 1400 dipinti d’autore tra i quali molti Schifano, vestiti per i nipotini, abiti per signore, salotti componibili e cucine. E poi ancora: orologi svizzeri Patek Philippe in oro rosa, cronografi Frank Muller, profumi, borse griffate, massaggi nei saloni di bellezza, fino al pagamento di mediazioni per l’acquisto di case del patrimonio personale di Lenzi. Tutte spese che l’uomo di Matteoli aveva definito di rappresentanza, anche se, un mese fa, Lenzi ha preferito patteggiare 4 anni di reclusione piuttosto che affrontare il processo.

Ma l’affaire Lenzi non è l’unico episodio imbarazzante fra Matteoli e la sua Livorno. Appena un anno prima, l’allora ministro dell’Ambiente chiamò l’ex prefetto Vincenzo Gallitto, per avvertirlo di un’indagine della magistratura a suo carico. A quel punto Gallitto riunì i suoi uomini nella sottoprefettura dell’isola d’Elba, la sua casa per le vacanze, e ordinò di “distruggere i computer a bastonate” e di “smettere di parlare”. Fortuna volle che quell’indagine fosse al termine che gli elementi investigativi fossero già stati raccolti. Ma la cosa paradossale è che durante la riunione per cancellare le prove, Gallitto lasciò il suo telefonino acceso permettendo ai magistrati di sapere che ad averlo avvertito dell’indagine fu Matteoli. Così l’imputato eccellente diventò Matteoli. Ma l’ex ministro venne salvato dal Parlamento grazie a una legge scritta per lui dall’avvocato e compagno di partito Giuseppe Consolo.

Ma non solo. Alle ultime amministrative, lo scorso anno, fu sempre Matteoli a trovare in Marco Taradash il candidato alternativo alla sinistra. L’ex radicale ha origini livornesi, e secondo lui è l’uomo giusto per portare il candidato del Pd almeno al balottaggio. Di fronte c’era Alessandro Cosimi, avversario tutt’altro che imbattibile. Ma alla fine Taradash perse e Cosimi, per poco più di un punto, passa al primo turno. E per Matteoli fu un’altra bruciante sconfitta.

Anche il più ostinato dei personaggi mollerebbe la piccola Livorno per buttarsi a capofitto nel suo lavoro di ministro delle Infrastrutture. Invece no, Altero (nome che significa fiero, come suo padre volle) non si è voluto fare da parte neanche nell’affare della guida dello scalo marittimo. Così il porto di Livorno, già acciaccato, rischia un altro commissariamento e una morte pressocché sicura.

di Emiliano Liuzzi