Questa volta la trama non le si è presentata davanti agli occhi, quasi fosse un film, come le era accaduto per La Mennulara, il suo strepitoso romanzo d’esordio. Ma anche La monaca, l’ultimo romanzo di Simonetta Agnello Hornby appena pubblicato da Feltrinelli, ha avuto una gestazione bizzarra.

All’inizio Agata, la “monaca eretica” come la chiama l’autrice, avrebbe dovuto essere co-protagonista del romanzo. Accanto a lei, una musulmana inglese dei nostri tempi. “Avevo in mente un romanzo sulla libertà delle donne attraverso due personaggi femminili: una donna di oggi, costretta dalla famiglia a un matrimonio combinato, e una donna dell’Ottocento forzata, sempre dalla famiglia, a farsi monaca e a non formarne una sua”. Poi la scrittrice, scrupolosa, quasi maniacale nella ricerca delle fonti, per documentarsi su regole e pratiche all’interno dei conventi ne ha visitati 19 e ha avuto 39 colloqui con altrettante monache e badesse. Risultato: si è appassionata ai racconti della vita monacale, ha buttato via il personaggio della musulmana contemporanea e ha eletto Agata protagonista unica.

Una scelta felice. La giovane siciliana che non vuole farsi monaca (a proposito: monache sono solo quelle di clausura, tutte le altre sono suore) ma desidera l’amore, anche e soprattutto quello carnale, è di quelli che non si scordano: ostinata e contraria, come direbbe De André, nella sua sete di libertà, ma non per questo meno devota. “Anzi, piena di quella fede che, purtroppo, io non ho” dice Hornby.
Simonetta Agnello Hornby esercita da anni a Londra la professione di avvocato dei minori e delle persone in difficoltà, attività che le ha suggerito la scrittura di Vento scomposto, romanzo sulla piaga degli abusi in famiglia e sulla rozzezza degli strumenti per combatterlo. Dopo questo romanzo contemporaneo, la scrittrice torna a quello storico, quasi risorgimentale, il che non guasta alla vigilia del centocinquantenario dell’unità d’Italia. Ma l’occhio resta come sempre attento ai diritti, in questo caso delle donne.

Agata è un personaggio di fantasia, ma non fantasioso: è figlia dei suoi tempi, percepisce e condivide i fermenti rivoluzionari che riescono a filtrare anche in convento (siamo a metà dell’Ottocento, in pieno Risorgimento), solidarizza con la sorella e il cognato carbonaro ostracizzati dalla nobile famiglia. E combatte per libertà: quella, anzitutto, di autodeterminare la propria vita.  Una questione personale che, come si sarebbe detto un secolo abbondante dopo, è squisitamente politica.

La trama è avvincente: ci sono gli intrighi familiari e quelli claustrali, c’è la passione (Agata s’innamora prima di un giovane notaio, poi di un fascinoso inglese che la “nutre” di libri, fra i quali quelli di Jane Austen, delle cui eroine è un po’ sorella), c’è l’avventura (navi che salpano per lidi vicini e lontani). Il tutto accompagnato da un’accurata ricostruzione storica del Regno delle due Sicilie alla vigilia dei moti indipendentisti del 1848 e, soprattutto, della vita monacale. “Una vita che non è solo reclusione ma ricerca interiore e, per chi ha fede, rapporto diretto con la divinità” dice la scrittrice. “Agata stessa non vuole essere monaca, anche se ci prova, ma coltiva il rapporto con Dio, al quale si rivolge a tu per tu, convinta com’è che stia dalla sua parte”.

Sempre, anche quando fugge dal convento e diventa la concubina di un non cattolico: più che una monaca eretica, un’eroina della libertà. Molto diversa, comunque, dalle vere monache che l’autrice ha incontrato nei conventi contemporanei. “Il paradosso – dice Hornby – è che oggi si diventa monache esclusivamente per vocazione e, quasi sempre, a dispetto della famiglia. Le donne che ho incontrato mi sono apparse convinte e felici di una scelta che le ha poste lontane dal mondo, completamente distaccate dalla realtà terrena”. Il che di questi tempi, forse, non è poi così male.