La televisione, si sa, è una cosa strana. Ma non si capisce mai quanto, finché non ti tocca sulla pelle, finchè non capita proprio a te. Conduco un programma due volte a settimana, ma quando vai ospite in una trasmissione e parli di te è tutto diverso, alla gente arrivano messaggi imponderabili e inconsapevoli, il cortocircuito che non ti aspetti è dietro l’angolo.

Apro la posta stamattina, e ricevo a raffica numero quindici mail, che mi interrogano su un solo tema: perché ho cantato dalla Cabello, a Victor Victoria proprio “Adesso tu”. Mi scrivono e mi dicono se l’ho cantata bene, o male, se ero stonato, no anzi, ero sorprendentemente intonato, Franca era entusiasta, Gianni commosso, un altro Gianni davvero indignato, Maria da me non se l’aspettava e l’ho delusa, Piero si è divertito ma è combattuto, e mi dice anche che non è sicuro che un giornalista de Il Fatto faccia bene a farlo. Dal che desumo che secondo lui – lo dovrei considerare un complimento, ma non ci riesco – “un giornalista de Il Fatto” si distingue dagli altri perché non può cantare “Adesso tu”, perché per lui non va bene. Ci sono giornalisti che possono intonare Ramazzotti e altri che, a quanto pare non possono.

Così provo a riavvolgere la bobina. Avendo registrato la puntata una settimana prima, non mi ricordavo nemmeno di quando sarebbe andata in onda e non me la sono rivista. Non avendola rivista non mi ricordavo nemmeno di aver cantato Ramazzotti. Se mi avessero chiesto di cosa avevo parlato, per trenta minuti, avrei riassunto, in maniera raziocinante diverse cose, avrei rammentato alcuni giudizi, ma non di aver cantato Ramazzotti per trenta secondi. Poi però, se ci ripenso meglio e ripasso tutto al setaccio, effettivamente “quel” Ramazzotti è forse uno dei simboli più importanti della mia adolescenza, e qui trenta secondi erano lì per quello, forse con un’altra intensità rispetto al resto.

Abitavo “ai bordi di periferia”, dal 1982, a Cinecittà est, sapevo bene che cosa significa “dove i tram non vanno avanti più”, perché il 557 si fermava a un capolinea molto distante, e poi dovevo arrivare fino a casa a piedi. Oppure dovevo traversare un pratone, sempre a piedi. Perché l’ultima metro partiva alle 23.30 ed io ero sempre come Cenerentola, che girava con lo spazzolino da denti nello zaino, e facevo le corse per non restare a terra. Ho già scritto – nella biografia del mio sito – che quando arrivavo al capolinea di Anagnina, lo stesso posto lunare dove è stata aggredita e spedita in coma da un cazzotto la giovane rumena, lo stesso che suggestionato dal mio ginnasio immaginavo come il palazzo di Micene per via di quelle incredibili colonne dipinte di rosso, esattamente come aveva fatto Schliemann, inventandosi una classicità che non esisteva.

Insomma, arrivavo in questo capolinea lunare, non c’era mai nessuno, attraversavo i campi per arrivare a viale Ciamarra, dove abitavo, proprio al confine con il raccordo anulare, e di notte, nel buio pesto, correvo come un pazzo inseguito dal latrato del cane che un contadino pasoliniano aveva messo a guardia del campo, presumibilmente per combattere quelli come me, la modernità della metropoli introdotta dalla metro che (grazie a Dio) irrompe nella pace agreste. Avrei potuto raccontate tutto questo, e del concerto pazzesco che Eros fece al parco di Cinecittà, alla festa organizzata dalla sezione del Pci a cui ero iscritto, subito dopo aver vinto il Festival. Le cose andarono così: il padre di Eros, che era uno degli iscritti della sezione (e aveva un busto di Stalin nell’ingresso di casa), venne pregato di intercedere presso il figlio, ormai diventato star di prima grandezza, perchè cantasse nell’ultima giornata della festa di quartiere. Eros accettò, e chiese un compenso minimo (15 milioni dell’epoca). Il direttivo della sezione storse un po’ in naso – speravano in un concerto militante – ma accettò . Nessuno immaginava quello che sarebbe accaduto poi.

Quella sera, la notte di Eros, una folla di quasi centomila persone prese d’assalto il palco, la festa, gli stand, comprò tutto quello che si poteva comprare, accese gli accendini nella grande spianata dove era il palco. Oggi, come nella via Gluck di Celentano, quel parco non esiste più, fu concesso dalla giunta di pentapartito ad un centro commerciale, rimpicciolito, e diviso addirittura da una strada. Ma questa è un’altra storia. Quando Eros cantò “Terra promessa”, il popolo delle periferie, le adolescenti con gli orecchini, le punkettone e le paninare (erano le categorie antropologiche del mio tempo) scoppiarono in lacrime. Tra di loro c’era una ragazzino con indosso un paio di 501 comprati con sacrifici economici immani sulla paghetta, a cui la madre aveva (santa donna) impedito di fare l’orlo alto come i suoi coetanei. Aveva venduto le lattine fino a quel momento allo stand, e quando le lattine erano finite, aveva ottenuto dai compagni il permesso raro di assistere dal sotto palco. Quel ragazzino – inutile aggiungerlo – ero io. All’una di notte, per una volta, il buio della Tuscolana fu tagliato da una folla di ragazzi che tornavano a piedi fino al Quadraro cantando e ridendo, il popolo degli Eros.

Sul muraglione di via Palmiro Togliatti, quello dove di solito c’erano gli striscioni politici, era apparsa una scritta cubitale per accogliere Ramazzotti: “Bentornato Eros nella tua Terra promessa!”. Dove “l’aria è popolare”, quando il 557 – detto “la diligenza” – traversava la Palmiro Togliatti in corrispondenza dello striscione (che nessuno ebbe il coraggio di coprire per mesi, magari le guerre fra attacchini) dai finestrini dell’autobus si levavano voci maschili e femminili, applausi, un coro da stadio: “E ci seeeeeì adesso tuuuuùù! A dare un senso ai giorni miei/ va tutto bene dal momento che ci seeeeeiiii/ Adesso tuuuuùùù…..”.

Ecco, io tutto questo a “Victor Victoria” non l’ho raccontato, non ne avevo il tempo. Mi è tornato in mente così, adesso, quando mi sono messo a scrivere, a partire da quella canzone. Durante l’intervista mi è venuto di intonare “Adesso tu”, e sono riuscito a dire appena cosa c’era scritto sullo striscione. Però, evidentemente, la televisione, nel suo incredibile “espressionismo”, ha fatto sì che chi mi ha scritto sia rimasto colpito da quello, che in quella sintesi ci fosse una intensità di racconto che alludeva a tutto questo. Ecco, ora che è passato quasi un quarto di secolo, non cambierei per nulla al mondo la fortuna di essere cresciuto “dove l’aria è popolare”. Ho imparato a conoscere lo snobismo e l’elitismo, detesto con tutta la passione che avevo allora in corpo il radical-chicchismo dei figli di papà che se ne vanno in giro con il jeans strappato per fare gli alternativi, disprezzo con tutte le mie forze quelli che – purtroppo anche a sinistra – trattano i ragazzi del loro tempo come fenomeni da baraccone, mostri sociologici, casi sociali. Detesto chi pensa che “popolare” sia una brutta parola, i cialtroni delle barche, gli evasori fiscali, quelli con la banidera delle Cayman, perchè sono vissuto e cresciuto in quel mondo. Noi non lo sapevamo, mentre eravamno a bordo del 559 detto “diligenza”, con i nostri zainetti Invicta, i nostri 501 e il nostro Eros, che la “terra promessa” era già quella, una bella storia che ti porti appresso tutta la vita.

Tutto questo, per me, è riassunto da una successione di accordi, il modo inconfondibile di Eros di cantare, quel “Ci Sèiii”, con la è che si stringeva tutta per la rabbia che avevi in corpo. Eros non aveva scritto una canzone, aveva racchiuso in una composizione perfetta lo “zeitgeist”, lo spirito di un tempo. Non solo quello che stava vivendo, ma anche quello che sarebbe venuto poi. Anche quello che ho dentro adesso, quando canticchio, con il semitono che si abbassa:
Ma non dimenticoooo/ tuuuuutti gli amici miei/ che sono ancora lì”.