Riprendo a scrivere dopo il (relativo) successo decretato da critica e pubblico al post sulle contestazioni al senatore Dell’Utri. Mi piacerebbe chiarire e illustrare il senso ed il merito di quelle parole, non certo per chiedere scusa se non ho parlato di basket ma solo per spiegare meglio. Ma so che non servirebbe, per cui è meglio provare a fare un passo avanti.

Come forse 25 lettori di manzoniana memoria sanno, da qualche settimana è uscito “I Dieci passi”, un libro che ho scritto per ADD Editore assieme a Mario Conte, giudice palermitano, sul tema della legalità. Lo dico per fare pubblicità al volume, immaginando che non sia scandaloso sperare che venga letto dal maggior numero di persone possibile. Lo dico però soprattutto perché troppo spesso ci scordiamo che può e deve esserci una ed una sola legalità.

Sarebbe bello che la legalità fosse flessibile, che ognuno di noi potesse disegnarsela addosso come un grande sarto, rendendola adatta a stagioni e circostanze. Tipo, più comoda per i buoni e più rigida per i cattivi, più lasca per noi e gli amici e più rigorosa per gli altri e i nemici.

Ma è ovviamente una mera provocazione, che serve a ricordare che questo è esattamente quello che tutte le (molte) persone di buona volontà stanno combattendo in questo paese. E’ l’insopportabile doppiopesismo esercitato dalla politica, è il motivo per cui il malaffare e la criminalità organizzata sono nel DNA di una società che vogliamo cambiare. E’ quello che non ci piace.

Di legalità invece ce n’è una e soltanto una, piaccia o meno. “La fatica della legalità” è una delle due espressioni, solo apparentemente in antitesi, che mi hanno folgorato leggendole. Sono parole di Silvio Novembre, il maresciallo della Finanza che ha condiviso con l’eroe borghese Giorgio Ambrosoli i tormenti della liquidazione della Banca Privata. Ambrosoli e Novembre, due grandi uomini di Stato che non avevano portafogli ministeriali o credenziali diplomatiche. Che avrebbero avuto tutti i motivi per lasciar perdere, per limitarsi a fare il proprio spicchio di lavoro, lasciando strada libera a Sindona ed alla politica putrefatta che chiedeva di caricare sulle spalle dei contribuenti il peso delle spregiudicate operazioni del finanziere siciliano. Ambrosoli e Novembre, lasciati soli da tutti noi, consigliati da amici ed amici degli amici (che speculavano anche sulla malattia della moglie del finanziere) a non dannarsi, a voltarsi un attimo dall’altra parte in cambio di una luminosa carriera, di più soldi e tranquillità, di poter continuare a vivere.

Si fa fatica a resistere a lusinghe e minacce, come Giorgio Ambrosoli. Si fa fatica a morire scientemente, come Paolo Borsellino, per uno Stato che sai bene essere rappresentato da uomini degni ma anche da indegni figuri, di cui conosci per filo e per segno le malefatte.

Ma la coerenza ha un prezzo. E coltivarla, per quanto faticoso, può dare il “gusto della legalità”, la seconda folgorante espressione. Coniata questa da Alberto Nobili, sostituto della DDA di Milano, uno che combatte la ‘ndrangheta per davvero e sa come sotto le guglie del Duomo ‘ndrine e locali facciano il bello e il cattivo tempo tra l’indifferenza di troppi.

La legalità faticosa ma gustosa, come unico antidoto alla Terra dei Cachi magistralmente descritta da Stefano Belisari, in arte Elio, e dalle sue Storie Tese.

Laddove “legalità” non è un concetto astratto e flessibile, anche se va interpretato con intelligenza, senza rigidità e strumentalizzazioni. E’ semplicemente rispetto rigoroso delle leggi scritte. Sic et simpliciter.

Quando conviene e quando limita, quando è piacevole e quando è faticoso. Anche, purtroppo, quando le norme sono scritte da persone con cui è difficile essere in sintonia.

Perché una cosa è criticare quelle regole, anche con forza e decisione. Altra cosa è non rispettarle, fermo restando il valore della disobbedienza civile. E allora, tornando al vituperato post, prima di tornare a coprirmi di contumelie permettetemi qualche osservazione.

La prima è che trovo faticosissimo argomentare a difesa della libertà di parola di un condannato in secondo grado per mafia, specie quando il condannato in questione continua a sedere sui banchi del Senato. Ma lo trovo ugualmente necessario per marcare ulteriormente le differenze con lui, e lo faccio con gusto. Sempre ricordandomi che aspetto le motivazioni della sentenza di Appello e la Cassazione, e che anche prima di queste posso comunque dare un giudizio politico, altamente negativo, sulla persona e sulla vicenda.

La seconda è che posso ben capire le diverse posizioni, soprattutto quelle di chi ritiene preminente gridare con forza, come me, che Mangano non è un eroe, che la mafia esiste e che in presenza di un ragionevole dubbio, corroborato da due sentenze in nome del popolo italiano, non si resta seduti sugli scranni senatoriali, meno che mai ammettendo che lo si fa per proteggersi. Ma pur capendo bene queste posizioni, la legalità come sopra intesa rimane a mio avviso l’interesse superiore e preminente. E si applica a sé stessi e agli altri senza sconti e senza distinguo.

Last but not least: chi non è d’accordo fa bene a dirlo, e urlarlo se ritiene. Forse va meno bene però presumere che si debba conseguire una patente per fare antimafia o ci si debba occupare professionalmente di legalità per poterne argomentare. Confutate le opinioni a volontà, ma non sulla base del fatto che chi le esprime faccia il giornalista sportivo, il fruttivendolo o il pilota di aerei. Anche questa è legalità, rispettare il diritto degli altri di esprimere opinioni che non ci piacciono.