Eppure diminuiscono. Stando a quello che dicono i numeri, le morti bianche in Italia sono sempre meno. Una buona notizia, anche se è difficile capire dove finisca la sicurezza di cantieri e fabbriche e dove inizino il ricatto e l’omertà. Sì, perché a guardare il numero ufficiale delle morti bianche, un’ecatombe continua e silenziosa, il ritratto dell’Italia che ne emerge è quello di un Paese che, in fondo, poi così male non sta. I dati più recenti, forniti dall’Inail, relativi al 2009, parlano di “790.000 infortuni sul lavoro, con un calo del 9,7% rispetto al 2008, che significa 85mila casi meno dell’anno prima”. Anche il numero dei decessi, secondo l’Inail (Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro), è diminuito tra il 2008 e il 2009 passando da 1.120 a 1.050. Un trend positivo, dunque. Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio sulla Sicurezza dell’istituto veneto Vega Engineering, nei primi otto mesi del 2010 ad aver perso la vita sul posto di lavoro sono in 358. Si presume quindi che, pur nella gravità della situazione, alla fine dell’anno il dato sarà ancora inferiore.

Al di là dei numeri ufficiali, però, la situazione è più complessa. Lo spiegano i sindacati: “Di certo l’Inail non mente. Su numeri e cifre senza dubbio un decremento di incidenti e morti per fortuna c’è stato”, dicono da Fillea Cigl: “Ma va detto che c’è stata anche la contrazione di ore lavorate. Inoltre si registra la crescita del numero di lavoratori abusivi, italiani ma soprattutto stranieri, che spesso, in caso di infortunio, non sono nelle condizioni di denunciare nulla. Sono molte le storie che registriamo quotidianamente di stranieri lasciati davanti a un pronto soccorso». Un punto di vista indirettamente confermato dai numeri: la rilevazione di Vega Engineering registra come il 90% degli infortunati siano italiani nella fascia d’età più tutelata, quella tra i 40 e i 59 anni. Insomma o stranieri e giovani non si fanno mai male, oppure non sono nelle condizioni di denunciare. “La crisi ha portato a un generale inasprimento della concorrenza, avvelenata dal criterio del massimo ribasso e da una troppo lunga catena di subappalti- spiega il segretario di Fillea Walter Schiavella– che si ripercuote sui deboli tra i deboli, gli stranieri tenuti sotto scacco dal reato di clandestinità”. Un altro dato che dal sindacato considerano significativo è quello legato alle ore di permesso per malattia, cresciute nel 2009 dell’11%. Si tratta di un elemento che è considerato spia di un sistema diffuso per tacitare infortuni e incidenti: “Il datore di lavoro – aggiungono da Fillea – fa un accordo con il suo dipendente infortunato chiedendogli, magari in cambio di qualche soldo in più fuori busta, di non denunciare l’infortunio ma di mettersi in malattia”. Così si evitano problemi. E forse si spiegano anche in questo modo le cifre in calo.

Natascia Gargano

FpS Media