Faccio una piccola ricerca online: Corriere, Repubblica, La Stampa (per citare qulache grande testata che conosco e seguo) non hanno una rubrica “Europa”. Si passa dall’interno ai non meglio definiti “esteri”, in cui un seno rifatto in Australia, una decisione di Obama o un uragano in Malesia pari sono.

Altro piccolo esempio: Bbc e Le Monde hanno una rubrica “europea”; Le Monde distingue tra “Europe” et “Planète”, Bbc segmenta il pianeta in aree geografiche probabilmente secondo gli interessi geopolitici del Regno Unito, una delle quali è “Europe”.

Torniamo a noi: a quanto pare ai lettori italiani interessa soprattutto quello che succede in Italia. Normale. Poi ovviamente una piccola minoranza di larghe vedute dà un’occhiata al di là delle Alpi o del Mediterraneo; ma lì si apre un magma indistinto di notizie più o meno bizzarre, spesso con un sottofondo economico (specchio della globalizzazione dell’economia?) o catastrofico-voyeurstico (specchio della pseudo-globalizzazione della società?). Guardando la lista dei “più letti” del Corriere nell’ultimo mese, mi pare di capire che la geopolitica d’interesse del lettore si riferisce soprattutto alle escort dei calciatori, alle discoteche greche e alle prostitute mogli di deputati britannici…

Perché ci guardiamo così tanto l’ombelico? Credo che una forte influenza ce l’abbia la geografia, che ci dà un Paese-bozzolo bello protetto, e una storia gloriosa che ci ha sempre ispirato la presunzione di poter guardare agli “esteri” dall’alto in basso. Non meno importante, il fatto che la storia politca interna recente è così complessa, densa e animata (diciamo così) da non lasciarci tempo e voglia di guardare altrove, da rendere il resto noioso e superfluo, al di là di qualche panico ricorrente da caduta delle Borse.

Eppure, mentre noi siamo in tutt’altre faccende affaccendati, il mondo cambia in fretta e allargare l’orizzonte almeno all’Europa sarebbe non un vezzo da intellettuali ma una necessità. Non bisogna scomodare Jacques Delors per capire che il destino dei Paesi europei è comune: o organizzarsi e far fronte al nuovo ordine mondiale insieme, con un peso commerciale e politico da grande potenza; oppure continuare ognuno per sé ed essere uniti, per forza, nel declino.

“European Voice” riportava, prima della pausa estiva, una dichiarazione del nostro Presidente del Consiglio secondo cui non si vede perché continuare a finanziare gli scienziati quando produciamo le più belle scarpe del mondo. Ecco, così gli scienziati emigrano negli Stati Uniti oggi, in Asia domani e noi, trulli trulli, ci prepariamo a un eccitante ruolo di calzolai del Pianeta.

Disclaimer: Come riportato nella bio, il contenuto di questo e degli altri post del mio blog è frutto di opinioni personali e non impegna in alcun modo la Commissione europea.