I segnali non erano certo mancati. E la richiesta di una “nuova exit strategy”, che viene alzata ogni volta che a rimanere sul campo sono militari con il tricolore sul braccio, sembra negare questa realtà, decritta in decine di rapporti, e ben presente a chi dell’Afghanistan di oggi ha un’idea, anche se vaga.

La situazione nel Paese, dopo nove anni di guerra, è più tesa che mai. Il generale David Petraeus l’aveva detto immediatamente dopo aver preso il posto del generale Stanley McChrystal al comando delle operazioni in Afghanistan: anche aumentando gli uomini nella regione – i 30mila militari che l’amministrazione Obama ha “spostato” dal teatro iracheno a quello afghano -, la situazione peggiorerà, prima di migliorare.

Un facile presagio, divenuto subito realtà. Il 2010, pur non essendo ancora terminato, è già l’anno più sanguinoso per le truppe occidentali nel Paese: I 504 morti del 2009 sono stati superati lo scorso 21 settembre, quando l’abbattimento di un elicottero Usa portò il conto delle vittime a 525. Eppure in Italia queste voci giungono sempre attenuate. Basti pensare a quanto rassicurazioni sono state spese dal ministro della Difesa Ignazio La Russa dopo aver annunciato che il governo avrebbe presto detto sì alla richiesta della Nato di mandare altri soldati in Afghanistan: “Non saranno militari in fase operativa, ma addestratori”. Come se questo fosse davvero un discrimine, o una protezione, in una terra dove i talebani attaccano con bombe artigianali poste al lato della strada, e non disinnescano certo un ordigno se a passare sono “addestratori” al posto di truppe formalmente impegnate in combattimenti.

Due giorni fa il Washington Post ha svelato nuovi dettagli sulla trattativa in corso tra governo afghano e talebani. Ma lo scenario non si presta affatto a facili entusiasmi: il consenso per il corrotto governo di Hamid Karzai è basso, i talebani hanno affermato ieri, baldanzosi, di “controllare il 75% del territorio”: e nelle trattative, apoggiate al governo Usa sempre più desideroso di andarsene dal Paese, partecipa la shura di Quetta, con a capo il mullah Omar, ma non il network Haqqani, basato nell’area tribale di confine tra Pakistan e Afghanistan. Proprio lì si concentrano i sempre più frequenti e sanguinosi attacchi con droni da parte degli Usa: 83 dall’inizio dell’anno, più di venti nel solo mese di settembre, sempre più “chirurgici” (578 vittime tra i talebani contro 10 civili, secondo The Long War Journal) e con vittime “illustri” come il saudita Sa’ad Mohammad al Shahri e uno dei leader di al Qaeda, Mohammed Usman. Per la prima volta, gli Stati Uniti hanno iniziato a fine settembre a lanciare attacchi con aerei senza pilota all’interno del confine pakistano. La risposta di Islamabad è stata immediata, con la temporanea chiusura delle strade che consentono i rifornimenti delle truppe. Non a caso, in pochi giorni sono poi stati bruciati decine di camion di rifornimenti Isaf, proprio in quell’area.

Il quadrante Ovest del Paese, quello dove sono di stanza i nostri militari, non è uno dei più violenti. Ma che la situazione, anche lì, non fosse destinata a migliorare lo rivelavano anche i grafici elaborati sui file rivelati da Wikileaks: in una mappa interattiva che ilfattoquotidiano.it aveva pubblicato settimane fa i “pallini rossi” che indicavano gli attentati si avvicinavano sempre più a Herat. In quella zona al Qaeda è presente (in almeno tre distretti su 11: Pusht-e Rod, Balu Barak e Gulistan), e si muove coordinandosi con i talebani e gli uomini dei vari signori della guerra. Non solo: quell’area è decisive per l’ingresso in Afghanistan di armi, denaro e militanti provenienti dall’Iran. Il 21 agosto, proprio nell’ovest del Paese, furono uccisi sei talebani, e tra loro un “facilitatore” di combattenti provenienti dal confine iraniano. Il 15 agosto, sempre nella provincia di Farah, fu ucciso Sabayar Saheb, un altro “facilitatore”. Il 15 settembre fu catturato un altro militante con rapporti con le Guardie Rivoluzionarie itaniane. Impensabile che non arrivassero le risposte. E, per quanto doloroso possa essere, è molto difficile credere che le quattro vititme di oggi siano le ultime, per il contingente italiano.