Facevano un certo effetto – giovedì scorso ad Annozero – i primipiani della quarantanovenne cuneese al rum Daniela Garnero, in arte Santanché, con quel volto teso nello sforzo da performance e dai tiranti degli innesti sottocutanei; così come impressionava la sua bocca, turgida di interventi chirurgo-estetici, fremente di sdegni vari (e sempre a rischio di esplodere per la pressione esercitata dal botulino sull’epidermide labiale).

Ma la damazza scesa dalla Provincia Granda insieme all’altro picaro Flavio Briatore, sodale (pure con Lele Mora) in promozioni del bon ton tipo la cattedrale dei riti pacchiani intitolata a San Billionaire, non è soltanto un’icona del cafonal. È qualcosa di ben più significativo: il sintomo dell’involgarimento di un intero Paese, il nostro.

Ossia l’emergere dalle viscere della società nazionale di un ceto sociale che si muove all’assalto del cielo calpestando regole, valori e decenza: la neoborghesia cafona, sdoganata e portata all’onore del mondo dall’avventura imprenditorial-politica di Silvio Berlusconi. Una neoborghesia di cui la versione caricaturale della Garnero-Santanché evidenzia tutti gli aspetti più sgradevoli. Innanzitutto la fierezza compiaciuta della propria ignoranza, per cui – ad esempio – non si riesce a distinguere tra Scalfaro (Oscar) e Scalfari (Eugenio); ma anche la protervia figlia della convinzione che i soldi ti assicurano il diritto di comprarti tutto, compreso il titolo di rappresentante del popolo italiano conseguito per un solo merito: la praticaccia nel saltabeccare su tacchi come trampoli. Per cui ci si permette bellamente di starnazzare ragionamenti senza capo né coda; tanto che l’evidente ricatto/avvertimento mafioso, ordito dalla direzione de Il Giornale ai danni della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, può essere equiparato senza arrossire alle dieci domande giornalistiche che per settimane La Repubblica rivolse al premier, quando la sua fase priapico-senescente fu portata definitivamente alla luce dall’affaire Naomi-Papi.

Insomma, una genia di persone – i compari della nostra damazza – che presumono di essere l’ombelico del mondo perché hanno fatto i dané, esibiscono gli straccetti firmati di stilisti la cui griffe certifica costosità (ma non certo l’eleganza, il buon gusto), scorrazzano per le città su macchinoni bruciabenzina trasformati in protesi sessuali che tutto travolgono, crescono figli maleducati e sprezzanti di ogni forma di civile convivenza. Un po’ come il padre Ugo Tognazzi nel film “I mostri”.

Fin qui si tratterebbe solo di smarrimento della decenza (e già siamo in presenza di quella virata del costume verso lo sgradevole che inquina la nostra quotidianità).

Ma c’è di più e di peggio. La neoborghesia cafona, nella sua corsa bulimica all’accaparramento dell’accaparrabile, accredita non solo la maleducazione, l’ignoranza, l’invadenza e la prepotenza, sedicenti virtù che hanno trasformato il dibattito pubblico in rissa da angiporto. Ritiene di poter fregarsene dei confini tracciati tra il lecito e l’illecito. E lo fa con la beata inconsapevolezza dell’arrampicatore sociale che ancora non ha attraversato i doverosi processi di raffinazione, tali da consentire di sedersi in consessi che non siano l’osteria o il branco dei vitelloni di periferia. L’impudenza come stile di vita border line.

Lo si vedeva bene, sempre in quello stesso Annozero, quando è stata proiettata la conferenza stampa del direttore facente funzioni pro tempore di Vittorio Feltri a Il Giornale Alessandro Sallusti e del suo vice (diretto autore delle telefonate minatorie a Marcegaglia) Nicola Porro. Due degni allievi del boss: perché se il fondatore del quotidiano berlusconiano Indro Montanelli era il maître à penser della vecchia borghesia milanese di Corso Vittorio, Feltri lo è della neoborghesia di cui si diceva. Degni allievi, certo. Ma anche icone del proprio target, con Porro in blazer Fininvest a rappresentare il tipo del fighetta rifatto e il male in arnese Sallusti quello del trucido che vomita improperi digrignando i denti e li chiama “spontaneità”.

La tesi avanzata dal trio “mucchio selvaggio”, a giustificazione della canagliata telefonica in questione, è stata quella che si trattava di “uno scherzo”. A ricalco di analoghe argomentazioni con cui il premier suole minimizzare i propri colossali svarioni; tipo gli insulti al deputato tedesco nel Parlamento europeo (definito kapò) o le blasfemie varie (ma c’è sempre un cardinale a tenergli bordone) o le intollerabili ironie machiste sull’avvenenza di Rosy Bindi (come se fosse un’argomentazione politica. E poi: è bello lui, nonostante stucchi e parrucche?). Del resto, c’era chi scherzava anche due ore dopo il terremoto dell’Aquila.

Se poi qualcuno si risente è perché non ha il senso dell’umorismo…

Ma qui c’è davvero poco da ridere: l’alluvione dell’arrampicatore plebeo tracotante ha finito per sommergere quel po’ di buono che la cultura secolare e i processi di modernizzazione avevano sedimentato in termini di civiltà nazionale.

Sarà difficile ripristinarlo.