Alta cucina per il popolo, economicamente accessibile e libera dalla schiavitù del servizio che fa lievitare i prezzi. Succede anche in Italia dove gli chef Marco Baccanelli e Francesca Barreca, in arte The Fooders, sono un esempio brillante di questa tendenza.
Attraverso di loro, ilfattoquotidiano.it propone un percorso alla scoperta di nuovi aspetti del cibo, tra cui quelli che gli stessi Fooders definiscono “collaterali”.

Come nasce il progetto “The Fooders” e quali sono gli aspetti collaterali della cucina?

FB: Il progetto nasce come espressione naturale di quello che veramente siamo. La nostra formazione è stata classica: abbiamo seguito corsi di cucina al Gambero Rosso e abbiamo lavorato in molti ristoranti di stampo tradizionale come la Capanna di Eraclio (Chef Grazia Soncini). Alla fine del percorso però abbiamo sentito l’esigenza di spogliarci completamente dagli indottrinamenti per poter portare avanti una diversa riflessione sul cibo nella quale altri aspetti, collaterali appunto, intervengono come parte fondante dell’esperienza gastronomica. Per esprimere tutto quello che vogliamo, il solo cibo non basta.

MB: Abbiamo cominciato con dei Live set di cucina, il primo è stato nel 2006 al Freeshout festival di Prato. Lo spettacolo è caratterizzato dalla fruizione contemporanea di diverse espressioni artistiche. Ovviamente c’è la musica (dj-set), la narrazione, i disegni delle ricette realizzati da Francesca usati come spartito e la partecipazione del pubblico che, una volta terminato il piatto, si avvicina al palco e lo mangia con le mani.

FB: per noi l’interazione tra pubblico e cibo è sempre in primo piano, è un modo per sperimentare nuovi modi di mangiare. Tra le nostre produzioni ne sono un esempio i foodgadgets, come La Scarpetta alla Amatriciana: forniamo al pubblico un kit composto da un barattolino di sugo all’amatriciana, un piccolo cartoccio di pecorino, il guanciale croccante, un pezzetto di pane e la cannuccia. Sta a loro comporre direttamente il piatto seguendo le istruzioni contenute nel kit.

Quali altri modi avete sperimentato per portare il cibo in tavola?

MB: le underground dinner per esempio: sono cene clandestine, una sorta di secret concert, per intenderci. Al gruppo di partecipanti si invia una mail con il menù, non viene detto né dove né quando avverrà la cena. Poi, a pochi giorni dall’evento, si comunica l’appuntamento solo e unicamente a chi ha confermato la presenza. In genere questi incontri sono collegati a concerti o mostre d’arte.

FB: Questo modo di liberare il cibo dagli schemi classici nasce in America con The Ghetto Gourmet e Guerrilla Cuisine. Noi in Italia lo abbiamo fatto per primi e per caso ci siamo trovati all’interno di un movimento che stava prendendo piede in tutta Europa. Abbiamo realizzato anche installazioni dove il cibo è veramente solo una parte dell’opera d’arte e facciamo anche cucina a domicilio.

Attualmente quali sono i vostri progetti?

FB: a breve apriremo un laboratorio di gastronomia a Roma, in zona Pigneto. La linea di cucina potrà essere servita all’esterno (catering) o mangiata direttamente sul posto ma in modo del tutto rivoluzionario per quanto riguarda la cucina gourmet. Non ci saranno tavoli, non ci sarà mise en place costosa né servizio. Sarà una sorta di chiosco dello streetfood e tutti i supporti monouso per la vendita diretta delle pietanze saranno disegnati e costruiti da noi, in questo modo i prezzi saranno accessibili veramente a tutti.

MB: E’ un modo per portare l’alta cucina alla gente, sdoganarla dai costi altissimi e dalla schiavitù del servizio. Inoltre nel laboratorio troverete libri, fumetti, musica e ogni forma d’arte che ci rappresenta. In fondo anche noi non siamo solo cuochi, Francesca è un’illustratrice e grafica, io faccio musica e il cibo è solo parte di un mondo più ampio che comunque vogliamo portare con noi.