L’hanno chiamato il “pranzo della pace”. Il fiero popolo dei leghisti che cala su Roma armato di polenta e bandiere col sole delle Alpi, mentre gli uomini del Campidoglio schierati davanti ai banchi della porchetta aspettano a braccia aperte, pronti a ratificare non tanto la pace, quanto la presa d’atto di un nuovo equilibrio di potere, quello che attribuisce ai boiardi verdi di Bossi l’autorità di prendersi ogni libertà, mettere le mani sui posti che contano, ingiuriando e schernendo nemici e avversari, permettersi tutto senza limiti facendo e disfacendo a piacimento com’è proprio della razza padrona, in due parole conquistare Roma. E se Roma nell’immaginario padano significa potere, allora lo sventolio delle bandiere verdi nel cuore della capitale a qualcuno avrà ricordato, non senza un brivido, la marcia su Roma.

A me però è sembrato più che altro una “pancia su Roma”. Se è vero, come si dice, che il successo elettorale della destra italiana negli ultimi quindici anni è legato alla sua capacità endemica di parlare alla pancia del paese, da ieri ne abbiamo una conferma diretta. Polenta, rigatoni, coda alla vaccinara, Renata Polverini che imbocca Umberto Bossi che a sua volta si fa accendere il sigaro da Alemanno, bocche fagocitanti, trippe sbracate, gole spalancate senza pudore davanti agli obiettivi dei fotografi radunati in piazza Montecitorio, cos’altro questo è se non l’apoteosi della pancia?

Le tavolate all’aperto, le mangiate in strada, come aveva capito bene uno come Fellini, sono emblemi intimi e profondi di una certa Roma popolare. E i simboli, in generale, sono immagini ideali che concentrano su di sé dei precisi significativi sostitutivi. L’antropologia ci ha insegnato che il cannibale mangia il cuore del nemico per assimilarne la forza. La messinscena di ieri, in questo senso, non è affatto un segnale di pace (gli elettori di destra se ne facciano una ragione). Bossi, che – si sa – è animale politico dotato di fiuto sottilissimo, l’ha capito al volo. L’occasione era ghiotta (in tutti i sensi), e se i simboli contano, portare il suo popolo a Roma con tutto il corredo della simbologia leghista, polenta compresa, mangiare in strada “alla romana” appropriandosi emotivamente di un simbolo, fino ad arrivare al massimo grado di prevaricazione, a quel farsi letteralmente “imboccare” dal nemico appena conquistato, significava incassare da Roma, rappresentata dal suo primo cittadino e quindi dal più alto in grado, una forma di legittimazione storica. E tanto è stato.

Oggi la destra italiana non può fare a meno della Lega, questo si sa. Tra i tanti tipi di rituale che caratterizzano l’azione politica quello del cosiddetto “pranzo della pace” è a tutti gli effetti il riscontro oggettivo del nuovo assetto della politica italiana dopo la cacciata di Fini dal PdL. La questione cruciale intorno alla quale si muove ogni cosa che riguarda il presente della politica italiana, ossia la corsa all’eredità politica di Berlusconi, si va delineando con sempre maggiore nitidezza. Oggi forse sappiamo chi metterà le mani sulla parte più consistente della torta, su quel 38% di voti alle politiche del 2008 che costituisce il tesoro del Cavaliere. Gli storici dicono che le invasioni barbariche contribuirono solo in parte alla caduta dell’Impero, molto di più fecero le guerre civili e il progressivo imbarbarimento dell’esercito. C’è un genere di domande, tuttavia, alle quali gli storici non possono rispondere, domande a cui non si possono contrapporre testimonianze o prove documentali oggettive: sono quelle che riguardano i sentimenti degli uomini. Cosa avrà pensato, per esempio, l’Imperatore nel guardare i legionari servire il pasto ai Visigoti nel cuore sacro dell’Impero?