Jérome Kerviel ha diviso i francesi fin dagli inizi. Da quando, nel gennaio del 2008, si scoprì che quel “trader impazzito”, un semplice numero nell’organigramma di un palazzone alle porte di Parigi, aveva fatto perdere, grazie ai giochini in borsa, 4,9 miliardi di euro alla sua banca, la gloriosa, tradizionale e rassicurante Société Générale. Qualcuno lo prese per un nuovo Robin Hood (ha cercato di far saltare il sistema finanziario dal suo interno, si diceva). Altri, invece, lo hanno considerato sempre un farabutto (non è solo «colpa» sua, ma da allora il titolo Société Générale è crollato e non si è più ripreso, facendo piagnucolare numerosi azionisti, grandi e piccini).

Ieri il tribunale di Parigi pronunciato la sentenza che ha messo fine al processo di primo grado. Una pronuncia severa. Kerviel, 33 anni, è stato condannato al massimo della pena prevista per i reati a lui imputati, cioè abuso di fiducia, falso e uso di falso, introduzione fraudolenta di dati nel sistema informatico. Cinque anni di prigione, anche se, usufruendo della condizionale, sono ridotti a tre. Ma soprattutto i giudici gli hanno imposto l’irreale rimborso dei 4,9 miliardi di euro sottratti alla Société Générale. Una restituzione impossibile: con il suo attuale stipendio di consulente informatico, 2.300 euro netti, gli ci vorrebbero 177mila anni per saldare il debito.

Insomma, la giustizia francese ha dato piena ragione alla banca, una delle più influenti d’Europa. “Gli elementi indicati dalla difesa non permettono di dedurre che la Société générale fosse a conoscenza delle attività fraudolente di Kerviel”, ha concluso ieri in aula il presidente dell’undicesima camera del tribunale di Parigi. Jérome, invece, durante l’udienza, nel giugno scorso, si era difeso: è vero, ammetteva di aver perso il senso della realtà, in quelle giornate intere trascorse nella sala di trading, ma i suo superiori non potevano non sapere. E non vedere che Jérome “trafficava” a forza di esposizioni di miliardi di euro sui mercati di mezzo mondo.

Fra i numerosi commenti successivi alla sentenza ci sono anche quelli di François Bayrou, certamente non un rivoluzionario anti capitalista, ma un politico moderato: “la sentenza è infinitamente schoccante”. Bayrou ha ricordato che “anche la commissione bancaria nazionale aveva riscontrato delle gravi mancanze nel controllo esercitato dalla banca sui suoi traders. E poi – ha aggiunto – i superiori cosa hanno pensato dopo che l’anno precedente, nel 2007, Kerviel aveva fatto guadagnare alla Société Générale 1,4 miliardi con le sue operazioni? Perché non interessarsi a lui in quel momento? Una cifra del genere non poteva non essere il frutto di rischi eccessivi”.

Jérome Kerviel non è Robin Hood. Non voleva distruggere il capitalismo. Voleva solo fare tanti soldi, ottenere i generosi bonus promessi ai traders migliori a fine anno.
Ma possibile che l’immagine della Société Générale esca pulita da questa sentenza? Un gruppo, che dietro alla sua facciata di “banca per le famiglie” negli anni della finanza allegra ha abbondato nell’uso di prodotti derivati, eccessivamente rischiosi. Proprio quelli che hanno rovinato Jérome. Dopo il crollo del 2008, lo Stato francese l’ha, poi, salvata con un prestito di 3,4 miliardi di euro, pagati dai contribuenti francesi. Oggi ha ricominciato a fare utili e la giustizia l’ha anche dichiarata innocente. Sembra tutto tornato come prima.