I giornali, e la televisione, italiani hanno parlato pochissimo e in modo molto superficiale del tentato golpe in Ecuador. Quello che so l’ho letto soprattutto nel Guardian di Londra e in alcune newsletter da Cuba. Già questo relativo silenzio dice molto su come si vedono le cose latino-americane dall’Europa, ormai quasi dovunque dominata da governi di destra, o comunque di stretta osservanza statunitense. Si dice talvolta che tutte le comunicazioni via internet che noi inviamo e riceviamo, in tutto il mondo, passino attraverso i server che hanno la base negli Usa, e dunque che siano potenzialmente controllate dalla Cia. Non so se sia vero; quel che mi pare certo è che, in Italia e anche in vari paesi d’Europa, le agenzie di notizie, prima, e i giornali, poi, filtrano in modo molto stretto le informazioni sull’America Latina. Così, del golpe anti-Correa noi abbiamo saputo e parlato pochissimo.

Eppure diventa sempre più evidente che, forse più ancora che la crescita di India e Cina, è proprio l’America Latina la regione del mondo che può “fare la differenza” anche nel nostro futuro europeo. Mentre dall’Oriente viene solo la conferma dell’ordine capitalistico mondiale – le banche e la borsa cinesi sono ormai la vera potenza economica che sta soppiantando il dominio nordamericano, e l’India si avvia sulla stessa strada –, la sola vera “novità” accaduta nella storia degli ultimi decenni è proprio la trasformazione dell’America Latina, la nascita in quel subcontinente di governi democratici di orientamento socialista capaci di sfidare il potere delle multinazionali e gli interessi degli Usa.

In un recente incontro con  esponenti della opposizione colombiana al governo (Uribe) Santos, avvenuto al Parlamento Europeo, ci è stato spiegato che gli investimenti stranieri in Colombia – stimolati e “garantiti” dalla presenza di vere e proprie squadre di assassini che rapiscono e uccidono sindacalisti al solo accenno di uno sciopero – contano su una distribuzione dei profitti nella proporzione di 90 a 10: novanta per cento alle imprese investitrici, dieci per cento ai colombiani, governo, contadini espropriati, ecc. Non per niente la Colombia è tuttora uno dei paesi dove si aprono continuamente nuove basi militari nordamericane.

Prima Cuba, e poi sempre più Brasile, Argentina, Venezuela, Bolivia, Ecuador si sono dati governi che si sforzano di cambiare profondamente questa situazione di sfruttamento coloniale. L’Unione Europea, pur dominata da governi di destra (che pudicamente si definiscono di centro-destra), ha un vitale interesse per ciò che succede in America Latina. Non si tratta di aspettarsi che da un momento all’altro le nuove democrazie latino-americane abbattano violentemente la potenza Usa; ma la sola esistenza di un polo democratico-socialista nel subcontinente americano si riflette sull’Europa come una presenza capace di limitare le pretese di quell’imperialismo. So bene che le aspettative che molti di noi coltivano nei confronti di Lula, Chavez, Correa, Evo Morales contengono non poca mitologia, come se dicessimo agli amici latino-americani “occorre una rivoluzione, fatela voi perché l’Europa è troppo stanca e divisa per riuscirci”.

La concreta realtà latino-americana è assai più complessa di quanto la nostra mitologia e la nostra ammirazione riescano a immaginare. Sta di fatto che ogni golpe (come quello dell’Honduras) o tentato golpe (come quello contro Correa) che ha luogo nel sub-continente conferma  l’idea che proprio di là possa venire la “novità” della nostra storia: non solo la sfida al persistente colonialismo economico che ci domina, ma anche il modello di una società non più costruita sul dominio e lo sfruttamento.

È anche e soprattutto di questo modello che l’Europa ha bisogno. La situazione emblematica rappresentata dalla Colombia, con gli investimenti stranieri “premiati” dalla divisione dei profitti nella proporzione di 90 a 10, non è ancora la nostra. Ma la delocalizzazione delle industrie europee verso paesi dove il profitto è più facile (in Italia, la Fiat minaccia di chiudere sempre più numerose fabbriche per trasferirle verso Oriente) mostra che il “modello colombiano”, la sottomissione dei sindacati con ogni tipo di minacce (per ora da noi si tratta solo di minacce di chiusura e perdita del lavoro), costituisce la via maestra sulla quale anche i nostri paesi sono avviati. Dunque – anche al di là di ogni solidarietà democratica con governi eletti dal popolo e minacciati da eserciti addestrati dai tanti “consiglieri” (si chiamavano così all’inizio anche in VietNam) nordamericani – Honduras, Ecuador, e la lotta dei loro governi popolari per la propria indipendenza ci riguardano profondamente, e questa è la prima ragione per cui l’informazione addomesticata ce ne parla così poco.