Lo spunto è dato all’Economist (“Schumpeter’s notebook, Business and management“, rubrica di Adrian Wooldridge), dalla candidatura, alle elezioni per il governatore della California, di Meg Whitman, CEO di e-Bay.

Dice la Whitman che userà la falce per dare un taglio netto ai regolamenti che in California creano ostacoli (i.e., lacci e lacciuoli) alle imprese e promette di governare lo stato sfruttando il talento per gli affari che l’ha portata al successo.

Negli Stati Uniti non sono pochi i Repubblicani provenienti dal mondo degli affari che hanno preso la via della politica, ma pare che il virus si stia diffondendo anche tra i Democratici se è vero che Barack Obama starebbe per sostituire Larry Summers, direttore del National Economic Council, con un personaggio proveniente dal mondo dell’imprenditoria. Non solo: anche in Gran Bretagna il primo ministro, David Cameron, ha chiesto all’ex boss della BP, Lord Browne, di introdurre nella macchina del governo un po’ di etica degli affari, e a Sir Philip Green, il proprietario della catena Topshop, di presiedere a una revisione delle spese del governo.

Ma – si chiede l’Economistche cosa spiega tutto questo entusiasmo che induce a rivolgersi a degli uomini d’affari per risolvere i problemi della politica? Dopo due mandati di George Bush e tre di Silvio Berlusconi la gente non ne ha ancora abbastanza? Bush, nel suo primo gabinetto, aveva nominato ben quattro ex direttori di azienda, e Berlusconi ha fatto più di qualsiasi altro essere umano vivente per confondere le distinzioni tra settore pubblico e settore privato“.

E’ credenza comune che gli uomini d’affari possiedano capacità manageriali facilmente importabili nel settore pubblico. In realtà – sostiene l’Economist – le cose stanno in modo diametralmente opposto, perché governo e affari si basano su principi molto diversi: un capo, in azienda, è il padrone assoluto del suo territorio. Non ci sono, come nell’amministrazione pubblica, regole di comportamento che proteggano i dipendenti dall’ira di un direttore in preda alla collera: se lui, o lei, ti dice salta, tu salti. In un’azienda il capo generalmente sfugge alla pressione della pubblica opinione e alle luci della pubblicità, caratteristiche della vita politica. Anche gli uomini d’impresa che vengono arruolati direttamente in politica, invece di presentarsi alle elezioni, trovano un mondo molto più confuso di quello al quale sono abituati. Paul O’Neill, Ross Perot, Donald Rumsfeld, tutti uomini d’affari, sono stati altrettante delusioni. Senza contare che la commistione tra affari e politica produce facilmente corruzione e clientelismo. Gli oligarchi russi saltellano tra governo e affari. Berlusconi ha costruito il conflitto di interessi nel cuore della vita italiana. Dick Cheney, ex boss di Halliburton, quando la situazione lo richiedeva, si appoggiava ai vecchi amici dell’industria energetica.

Per l’Economist “questo non implica certo che gli uomini politici siano modelli di virtù o competenza. Ma la cosa più importante in politica è la struttura, non il personale. Il modo migliore per iniettare le virtù del mondo degli affari nella vita pubblica non consiste nell’arruolare qualche ex direttore generale, anche se bravissimo, come nel caso della signora Whitman, ma nell’introdurre nel settore pubblico quanta più scelta e concorrenza sia possibile