Devo raccontarvi un aneddoto. Ero a Roma sul palco a fianco di Nadeen Selvadurai, il giorno in cui è venuto a raccontare il suo Foursquare a Roma, e non me lo scorderò mai. Per darvi un’idea: ammiratrici in visibilio e webmaniaci incravattati che chiedevano autografi con le lacrime agli occhi, pareva di essere con i Beatles nel 1970. Già il pubblico era impressionante: “Vedrai”, mi aveva detto con un sorriso Salvo Mizzi, il dirigente Telecom che aveva organizzato l’evento con il genietto. Bè, stavo vedendo.

Due terzi del pubblico – compreso uno dei relatori al mio fianco, Luca Conti, smanettava continuamente su Twitter e Facebook commentando tutto in diretta. Bene. Solo che si arriva al paradosso che si finisce per prestare più attenzione a ciò che si scrive sul Social network che a quel che si sente con le proprie orecchie. Mentre Selvadurai parlava, teste chine a smanettare. Ma, come è noto, appena si entra nella Rete, scatta il gioco delle ombre per cui sul Web tutti si sentono giganti. Twitt-post memorabile: “Questo Selvadurai non ha capito il Foursquare”. Mentre cercavo con lo sguardo nel pubblico il furbissimo autore, Selvadurai mostrava, in realtà, di avere capito benissimo (e più di tutti). Rispondendo a una domanda sulle implicazioni economiche del suo giochino spiegava: “Non obbligo nessuno a parteciparvi”. Già. Ovvero. Foursquare “vende” i suoi dati, perché li acquisisce su base volontaria. Il segreto è tutto qui: “Geolocalizzare” sembra un termine scientifico, ma diventerà una paroletta magica di chi vuol far soldi nel nostro tempo. “Geolocalizzare” significa per un venditore sapere dove trovare il suo cliente e a quali condizioni. Leggo su Foursquare che cento persone hanno fatto “il check-in” a un convegno di Forza Italia? Corro lì e gli vendo una statuetta di Berlusconi. Scopro che ci sono mille convegnisti musulmani a cento metri dalla mia libreria? È il momento di tirar fuori il Corano. Ha ragione Selvadurai. L’adesione è volontaria. Ma la molla che ci porta a farlo è il fattore ludico che sempre di più lubrifica la commercializzazione della Rete. Mi diverte un mondo diventare “il sindaco” che ha scoperto per tutti – per dire – l’ottimo ristorante Caprera, a Roma. E allora autodenuncio la mia presenza. Siamo tutti pionieri, ma siamo tutti monitorati per auto-delazione. È vero che se vado a una festa mangio un pasticcino più volentieri: ma in realtà non dovrei prenderlo perché sono a dieta. L’auto-delazione ludica è volontaria, ma è anche una tentazione proibita. Ci battiamo come leoni per la privacy, ma poi, per restare nel branco consegnamo i nostri segreti ai Selvadurai del Terzo millennio. Nulla di male, basta saperlo.

Il Fatto Quotidiano, 30 settembre 2010