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Archivio cartaceo | di Gianni Barbacetto | 29 settembre 2010

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La speculazione bloccata
che mette a rischio l’Expo a Milano

Ultimi giorni per salvare la manifestazione del 2015. Il business immobiliare si è rivelato meno redditizio del previsto e tutto si è fermato


Sono passati 911 giorni da quando Milano ha vinto la gara internazionale per l’Expo 2015 (era il 31 maggio 2008). Ora mancano solo 19 giorni all’esame del Bie (il Bureau international des expositions) di Parigi, che deve ufficializzare la candidatura. Ma Milano non ha ancora risolto neppure il primo problema: dove farlo, l’Expo. Ha bruciato un paio di manager che avrebbero dovuto realizzare l’evento (prima Paolo Glisenti, poi Lucio Stanca), ha perso tempo in interminabili litigi tra partiti, gruppi e cricche, ha sfrondato i bilanci perché i soldi sperati all’inizio, ora non ci sono. E adesso? Tutto rischia di saltare perché non è stato trovato un accordo su come acquisire i terreni a nord di Milano previsti per l’Expo.

Lo stallo nelle decisioni
Perché è così difficile? Che cosa impedisce di trovare una soluzione? Giuseppe Sala, il manager che ha assunto la guida di Expo spa, sa che non dipende da lui. La decisione sulle aree è nelle mani di tre persone: Roberto Formigoni, Letizia Moratti, Guido Podestà, cioè i politici al vertice di Regione, Comune e Provincia di Milano. Sono loro che non hanno ancora trovato un accordo. Perché? Per spiegare l’attuale rebus delle aree, bisogna capire una sproporzione, una differenza, uno scarto: tra le iniziali aspettative di guadagno per gli operatori (altissime) e ciò che è rimasto invece oggi sul tappeto (molto meno). Nel 2007, quando l’Expo è stato pensato, politici e operatori economici speravano di partecipare a uno dei ricorrenti banchetti italiani, grandi eventi o terremoti, in cui una cascata di soldi pubblici arriva ad accontentare amici e amici degli amici. Nella convenzione iniziale, sottoscritta nel giugno 2007 dal Comune di Milano e dai due proprietari dell’area prescelta (Fiera e gruppo Cabassi), si prevedeva di cedere i terreni in concessione all’Expo per vederseli restituiti nel 2017 con i diritti a costruire un milione e mezzo di metri cubi di uffici, residenza, spazi commerciali. Come l’intero quartiere di Milano-Bicocca. E in un’area già ben infrastrutturata, con strade, mezzi pubblici, metropolitana, parcheggi, aree verdi… Un bingo.

La speculazione (quasi) mancata
Tre anni dopo, le cose sono cambiate. Invece dell’Expo “pesante”, molto costruito, è prevalso un progetto “leggero”, con poco cemento e grandi orti: un immenso giardino botanico in cui i paesi partecipanti potranno presentare le loro coltivazioni, con serre e terreni che riproducono le biodiversità, i climi del mondo e le loro tipicità alimentari. Secondo l’architetto Stefano Boeri, autore con altre archistar internazionali del concept plan del nuovo Expo e oggi candidato sindaco a Milano, i metri cubi di cemento sopravvissuti sono circa 350 mila. Solo un quarto dell’ipotesi iniziale. Ecco allora da dove nasce la litigiosità che ha impedito finora a Regione, Comune e Provincia di mettersi d’accordo.

Prima c’era da mangiare per tutti, e comunque si litigava per avere i posti migliori a tavola. Ora in tavola è rimasto uno spuntino e i commensali fanno fatica a rinunciare a quanto era stato apparecchiato. I due commensali principali sono, appunto, i proprietari dei terreni. Cabassi, per una piccola parte. E la Fondazione Fiera di Milano. Che vuol dire, semplificando un po’ ma non troppo, Roberto Formigoni. Ecco perché Formigoni sta facendo da mesi il braccio di ferro contro tutti: deve recuperare il più possibile della tavola imbandita. Come? Diventando egli stesso immobiliarista, un inedito immobiliarista pubblico, che oggi compra le aree e dopo l’Expo le valorizzerà. Letizia Moratti e Podestà preferivano invece il comodato d’uso. Staremo a vedere chi vincerà. Con un problema: le aree oggi sono agricole, dunque hanno un valore basso; può un’istituzione pubblica come la Regione pagarle più del loro valore (l’ultima offerta era di 90 milioni di euro per il tratto di Cabassi), in nome di una speculazione immobiliare futura?

L’ipotesi Ortomercato
A questo punto Stefano Boeri spariglia: “Andiamo a fare l’Expo all’Ortomercato: un’area già pubblica. È la soluzione migliore”. Replica Giuliano Pisapia, altro candidato sindaco del centrosinistra: “No, è meglio impiantare l’esposizione universale del 2015 negli spazi già attrezzati della nuova Fiera”. A entrambi replica Giuseppe Sala, il gran manager di Expo spa: “Impossibile fermare per sei mesi le attività della Fiera. E impossibile spostare altrove per sei mesi tutte le attività dell’Ortomercato. L’area scelta resta quella. I politici decidano come acquisirla e ce lo dicano in fretta. C’è molto da lavorare, per recuperare il tempo perduto”.

da Il Fatto Quotidiano del 29 settembre 2010

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