La foto di “Matrix” che ritrae l’ormai celeberrima cucina Scavolini installata là dove i finiani avevano sempre negato che fosse, cioè nell’alloggio di Montecarlo abitato da Giancarlo Tulliani, sarebbe uno dei tanti dettagli ridicoli di una comica telenovela se non fossero stati gli stessi finiani a trasformarla in una delle prove più marchiane della campagna di fango anti-Fini. Bastava che il presidente della Camera dicesse fin dal primo giorno: “Signore e signori, anni fa mi sono innamorato di Elisabetta Tulliani, che ora è la madre delle nostre figlie. Elisabetta ha un fratello un po’ così, a dir poco esuberante, al quale è legatissima, e io, per amore di lei, ho finito col dare troppa corda a lui. Ho lasciato che Giancarlo spendesse il mio nome in Rai per entrare nel giro degli appalti (cosa che peraltro non gli è riuscita), ho autorizzato la vendita della casa di Montecarlo a una società off-shore segnalata da lui, poi quando ho scoperto che ci era pure andato ad abitare mi sono infuriato, gli ho intimato di traslocare. Ma alla fine, sempre per amore di Elisabetta, ho sorvolato. Un paio di volte, mentre ristrutturavamo la nostra casa, ho accompagnato Elisabetta al mobilificio Castellucci, vecchio fornitore della famiglia Tulliani, a scegliere dei mobili e non escludo che una cucina Scavolini fosse destinata alla casa di Montecarlo. Nulla di illecito né immorale, nemmeno un euro di denaro pubblico in ballo. Ma il prezzo che sto pagando per queste debolezze e leggerezze mi servirà da lezione per evitarne altre in   futuro. Tanto vi dovevo: il dovere di trasparenza mi imponeva di raccontarvi tutto prima che lo facciano i soliti manipolatori prezzolati. Se ritenete di fidarvi ancora di me come leader di una destra normale, sostenete Futuro e libertà, altrimenti, se dai sondaggi o dalle urne mi accorgerò di essermi giocato la carriera, pazienza, ne trarrò le conseguenze”.

Invece, purtroppo, Fini ha scelto un’altra via, più obliqua e nebulosa, che l’ha portato dritto dritto nelle fauci del Caimano. Un grave errore di sottovalutazione l’ha costretto a correzioni di rotta strada facendo, fino a dare l’impressione di nascondere chissà cosa. Quando, in agosto, gli house organ berlusconiani han cominciato a martellare sulla cucina, lui anziché ammettere di aver accompagnato la fidanzata a scegliere quel mobile poi finito a Montecarlo, ha fatto dire o lasciato dire dai suoi uomini (Granata, Della Vedova, Perina, Filippo Rossi) che la Scavolini non s’era mai mossa dall’alloggio di Roma. E quando gli abbiamo suggerito di dimostrarlo subito, spalancando la casa romana ai cameramen e ai fotografi per sbugiardare su due piedi i suoi accusatori, se n’è ben guardato. Non l’ha fatto nemmeno ieri, quando il Giornale ha sbattuto in prima pagina la foto della Scavolini a Montecarlo. L’imbarazzato silenzio di Fini e dei suoi colonnelli è l’inevitabile conseguenza di una linea difensiva talmente suicida che non può essere farina del sacco di un avvocato accorto come Giulia Bongiorno. Perché alimenta una sgradevole sensazione: che Fini abbia mentito ai suoi collaboratori, reduci da una sanguinosa scissione dal Pdl che li ha messi nel mirino dei fucilatori.

Non ha mentito agli italiani, questo no: le sue tre dichiarazioni ufficiali (comunicato di agosto in 8 punti, intervista a Mentana e video su YouTube) riguardavano il prezzo della casa, la società off-shore e il suo vero proprietario, cioè le cose davvero serie e – almeno per ora – non hanno ricevuto smentita. Sul tema cucina, invece, non ha mai detto nulla in pubblico: a parte la battuta sul portaombrelli, ha mandato avanti i suoi a raccontare una versione che ora ha tutta l’aria di essere falsa (a meno che Tulliani non dimostri che la foto è un montaggio o che Fini non produca una foto di analoga cucina in casa sua a Roma). Ma la sostanza non cambia, anzi forse è pure peggio. Perché da ieri i nemici, e anche qualche amico, si domanderanno: quanto vale la parola di un generale che inganna i suoi uomini e li manda al macello?