Nelle chiacchierate che intratteniamo su questo blog ci siamo più volte confrontati sul problema drammatico dell’estinzione del discorso pubblico; soppiantato dalle simulazioni di una politica ridotta a reality, nei cui set alcuni personaggi recitano le loro parti relegando i cittadini al ruolo passivo di spettatori. Cui è consentito solo l’applauso o il fischio. Con il bel risultato di far regredire la partecipazione a tifo da stadio. Aggiungo che la “deriva leaderistica” (secondo la quale il problema si risolverebbe contrapponendo ai protagonisti che non ci piacciono – o peggio, ci ripugnano – un nuovo personaggio in cui immedesimarsi) concorre pesantemente a rafforzare questa espropriazione del diritto di poter concorrere alle decisioni collettive. Autonomamente, criticamente.

L’espropriazione sta producendo crescenti fenomeni di rigetto nei confronti di “questa” politica, tradotti in contestuale diffusione dell’indifferenza e del cinismo – misurabile nell’aumento esponenziale del non-voto – che i soliti noti vorrebbero mistificare parlandone in termini di “antipolitica”.

Un imbroglio vero e proprio, quello di gabellare l’assenteismo come banale raffreddamento della passione, anche alla luce delle reazioni rabbiose di uomini e donne che ormai si sentono presi in giro, truffati. Ma non potrebbe essere altrimenti, proprio da parte dei protagonisti della politica-reality (lo star-system del politainment); visto che tale fenomeno è la più radicale contestazione dell’esproprio di un bene prezioso quale la democrazia, perpetrato dalla corporazione del Potere.

Al di là delle fumisterie dei propagandisti prezzolati, questo sembra essere lo stato dell’arte politico vigente. Di cui l’Italia berlusconizzata è il più clamoroso quanto deprecabile laboratorio.

Eppure, anche a rischio d’apparire un inguaribile ottimista (oltre che un democratico ribelle, alla Ernesto Rossi), credo di intravedere segni di speranza; fattori entrati timidamente in ballo ma che potrebbero rompere il cerchio stregato della “postdemocrazia”.

Altre volte si è parlato della polis virtuale che – con tutti i limiti, contraddizioni e rischi di inquinamento – va formandosi nel Web (autocomunicazione orizzontale di massa). Si è detto che la nuova generazione di ventenni (i Millenials, quelli che hanno raggiunto la maggiore età in questo secolo) manifesta nelle sue punte avanzate qualità interessanti, anche perché ha sviluppato anticorpi contro i veleni della televisione commerciale generalista. Oggi vorrei aggiungere un terzo elemento: la rifondazione dal basso del discorso pubblico partendo dai territori, come ci testimoniano alcuni casi europei di grande interesse. Da Barcellona a Lione, da Francoforte a Nottingham.

Esempi riconducibili alla ripresa della dimensione pubblica attraverso la programmazione strategica d’area.

Di che si tratta?

Il primo esempio viene proprio dalla Catalogna alla fine degli anni Ottanta, quando Barcellona varò il suo pionieristico Piano di fuoriuscita dalla crisi industrialista come grande progetto di pubblico dibattito sugli indirizzi condivisi dalla comunità locale per specializzazioni competitive: quali sono le nostre vocazioni e come possiamo metterle a frutto per costruire il comune futuro.

Dunque, non un atto amministrativo ma un processo politico che coinvolse un duecento associazioni civiche diffondendo fiducia reciproca e concordia, le premesse necessarie per la cooperazione. Ma anche una grande operazione democratica come discussione pubblica e selezione di una nuova infornata di rappresentanti, più portati al problem solving che al politichese.

In catalano, “renaixencia”; tanto della politica quanto dello spirito civico.

L’esempio – come si diceva – fece scuola. E – guarda caso – le aree europee che meglio hanno affrontato la sfida postindustriale sono proprio quelle in cui si attivarono processi di programmazione partecipata di medio periodo. Dal Rhône-Alpes al Baden-Württemberg. È di questi giorni la notizia che la città di Nottingham è stata premiata come la città più “verde” di Inghilterra grazie a decennali politiche a scartamento civico, definite attraverso pratiche deliberative partecipate, che sostituiscono il traffico veicolare con vettori pubblici (tram elettrici) e cinquanta chilometri di piste ciclabili.

L’idea che la politica si potesse rifondare dal basso conobbe una breve stagione anche da noi, all’epoca dei cosiddetti “sindaci dei cittadini” eletti con suffragio diretto. Poi si capì che i vari Rutelli, Bassolino o Cacciari cavalcavano la vague con obiettivi da “imprenditori politici di se stessi”. La qual cosa non significa che il principio debba essere definitivamente accantonato. Semmai va gestito con maggiore decisione e altrettanta vigilanza.

In attesa di Grandi Politiche di cui non si scorge traccia all’orizzonte, non sembra inutile perseguire l’idea di una politica bricolage; laddove il controllo e la partecipazione è più agevole, i problemi meglio conosciuti.

Secondo il saggio consiglio di Goethe: “ognuno spazzi davanti alla sua porta/ e ogni quartiere della città sarà pulito”.