Quando sono arrivata a New York mi sono accorta, in pochissimo tempo, che nelle due valige, contenitori di tutto ciò che della mia altra vita pensavo di aver bisogno, avevo messo, ben piegati in un angolo, un bel mucchio di stereotipi legati alla città che avevo sì scelto per perseguire quel mio bisogno (qui sancito dalla Costituzione) di felicità ma che, pure, mi spaventava a morte. Mi spaventava l’idea della solitudine; non quella di quando ti rifugi in te stesso per ritrovare un’empatia con la tua anima e identificare il sentiero lungo il quale proseguire il cammino. No, quella non mi ha mai spaventato, anzi. Mi spaventava quell’idea martellante nella tempia sinistra che questa fosse una città dove, come spesso si racconta, puoi morire per strada e i passanti frettolosi ti calpestano indifferenti.

New York può essere tutto ma sicuramente non è quello. L’ho capito in fretta. Da quei sorrisi e quei saluti scambiati per strada con sconosciuti; dal negoziante che dopo due giorni ti chiama con il tuo nome o dal vicino di casa che dopo poche settimane ti invita a cena e, in pochi mesi, la sua casa diventa il tuo rifugio preferito. L’ho capito quando, per una serie di circostanze, io che già mi sento spesso una nomade, tanto da avere sempre pronta una borsa con tutto ciò che serve a me e Dorothy per la sopravvivenza, mi sono ritrovata senza casa e senza un posto dove andare. E, ovviamente, senza soldi per permettermi un albergo. Per tre settimane, il mio cane ed io, siamo passati da una casa all’altra, accolte come fossimo “di famiglia” e trattate come nemmeno in un hotel a cinque stelle. Nessuna di queste persone era italiana. Nessuna una conoscenza della mia altra vita. Nessuna particolarmente ricca da avere appartamenti megagalattici. Anzi.

Da quella volta, ho completamente smesso non di aver paura ma di aver paura della paura perché so che qui, a New York, come d’altronde in ogni parte del mondo, se hai la capacità di togliere dalla valigia i tuoi stereotipi, ben ripiegati in un angolo, non sarai mai solo.

Dipende anche, come mi spiegava un giorno la mia amica Ginny, dal fatto che ciascuno qui è, a sua volta, un nomade, con una borsa sempre pronta e una famiglia altrove da visitare, una casa altrove alla quale si è appartenuti, una città altrove in cui si è diventati adulti. New York è una città di nomadi che si riconoscono per quello, senza necessità di parlare la stessa lingua o avere lo stesso colore di pelle o professare la stessa religione. Certo, c’è chi, non volendo sentirsi nomade, cerca la propria stabilità nella scelta di riconoscersi in quelli molto simili a sé stessi. Si può, ma alla fine della giornata ci si ritrova sicuramente un pò più soli.

Ho trascorso il weekend all’interno di uno Succoth, una piccola costruzione che gli ebrei allestiscono per l’omonima festività a ricordo del loro pellegrinaggio nel deserto. Stare nello Succoth serve a ricordare che, da un momento all’altro possiamo ritrovarci senza niente, nomadi nel deserto, ed essere grati di avere un riparo, anche se umile.

Giovedì devo traslocare. A New York, uno studio dice che trovare casa è più difficile che trovare lavoro. Posso confermare. Non ho ancora un indirizzo da dare ai miei amici, né a me stessa. Ma attraverserò anche questo deserto, certa che lungo il cammino troverò uno Succoth dove potermi riparare e un amico che mi offra una tazza di tè.