A Montecarlo c’è la curva più famosa del mondo. È la curva Loews o “curva del portiere”, che da quest’anno ha cambiato nome e si chiama Fairmont Hairpin. È la curva più stretta e lenta del mondiale dove i piloti rallentano fino a toccare i 40 km orari, una velocità che per un istante accomuna i bolidi della Formula Uno alle normali city-car che affollano il traffico di una qualsiasi città del mondo. Questo gomito d’asfalto affacciato sul mare rappresenta un vero e proprio incubo per gli assi del volante, qui ogni tipo di sorpasso è pressoché impossibile, e a fare la differenza il più delle volte sono il talento e i nervi saldi del pilota.

Così, sabato scorso, ascoltando come tutti il discorso di Fini sulla casa di Montecarlo, non ho potuto fare a meno di pensare alla curva Loews. A dire il vero il presidente della Camera era seduto nel suo studio fra due quinte di pesanti tendaggi dorati e non costretto con casco e tuta nell’abitacolo di una Ferrari o di una Red Bull, e tuttavia il suono stridente della sua frenata, il suo rallentare fino al “fermiamoci tutti prima che sia troppo tardi, fermiamoci pensando al futuro del paese”, è sembrato lasciare tracce consistenti di pneumatici sull’asfalto della politica.

Ho l’impressione che intorno alla storia del “giallo” di Montecarlo e del suo contorno di spie, dossier, agenti immobiliari, siti di gossip, pirati caraibici, eccetera, si siano addensati tutti gli aspetti più deprimenti dell’attuale situazione italiana. La principale domanda che mi è balenata nella testa è: siamo forse tutti vittime di un’enorme allucinazione collettiva, di una percezione alterata della realtà e di una percezione ancor più alterata del concetto di “etica”?

La fiducia ripetutamente accordata dagli elettori italiani a Silvio Berlusconi il quale, tra passato e presente, è stato indagato, tra l’altro, per storie di mafia, falso in bilancio, frode fiscale, corruzione giudiziaria, abuso d’ufficio, peculato, senza che l’ombra delle dimissioni lo abbia mai sfiorato (caso unico tra le democrazie occidentali), dimostrerebbe come la distanza dal senso etico sia ormai cosa assodata nella società italiana. Oggi, tuttavia, tutti sembrano rendersi conto di quanto l’argomento della casa di Montecarlo sia, principalmente, proprio una questione di natura etica. Cosa c’è allora di diverso nella valutazione dei comportamenti etici della politica, tra l’affaire Tulliani e il caso, per esempio, dell’utilizzo dei voli di Stato per portare – come disse Di Pietro in un’interrogazione parlamentare – “veline e cantastorie nelle ville private, a rallegrare le serate di questo o quel satrapo di turno?” Perché Berlusconi in quella storia, come in molte altre, è risultato essere molto meno indebolito e prossimo alle dimissioni di quanto invece non ci appaia oggi Gianfranco Fini?

La differenza, credo, sta in quello che è il peccato originale del berlusconismo, ossia quell’irrisolto conflitto di interessi che fa del presidente del Consiglio il maggiore editore e proprietario dei principali mezzi di comunicazione italiani. La potenza di fuoco messa in campo dai mezzi di informazione di proprietà della famiglia Berlusconi nella faccenda che vede protagonista Fini è l’ulteriore dimostrazione di come il senso etico di questo paese sia assolutamente manipolabile. La scala che stabilisce i diversi gradi di una colpa presunta è oggetto di continue revisioni, accomodamenti, rettifiche, lo stravolgimento dell’etica in politica si è trasformato in un gioco del tiro alla fune in cui i capi della corda sono saldamente nelle mani di opinionisti di parte, sicari dell’informazione e professionisti del dossieraggio.

È senz’altro curioso che Fini – come il colonnello Aureliano Buendia di Cent’anni di solitudine, il quale davanti al plotone d’esecuzione improvvisamente si ricorda di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio – si sia accorto del problema del conflitto d’interessi solo una volta seduto di fronte ai fucili del plotone mediatico. Di molte altre cose, pare, si è accorto recentemente il presidente della Camera (sincero ravvedimento o deliberato opportunismo politico?). Resta il fatto che in questo paese, più che in ogni altro, l’etica – come disse uno scrittore di fantascienza americano – è più una questione di opinioni che una scienza.

Ecco allora la frenata di Fini, ecco che la corsa della XVI Legislatura della Repubblica Italiana rallenta all’imboccatura della sua curva Loews, un gomito che prelude a un tunnel da affrontare a 260 km orari, da cui – temo – non uscirà alcun vincitore, ma solo una lunga coda di sconfitti.