Le storie esistono soltanto dove si

presentano sia eventi che esistenti,

e non vi possono essere eventi senza esistenti.

(S. Chatman, Storia e discorso)

Il mondo non esiste. Esistono i mondi. Mondi continuamente creati e ricreati dalla filosofia, dalla religione, dalla scienza, dalla psicologia, dal marketing. Negli ultimi anni abbiamo pensato – ci hanno convinto – che la versione reale e oggettiva del mondo fosse quella scientifica. Ma poi è arrivata la meccanica quantistica. Una disciplina quasi esoterica che ha affermato da subito un’incontrovertibile verità. A livello infinitamente piccolo il mondo non appare come a livello macroscopico: le leggi cambiano, il comportamento della materia muta, il paradosso è dietro l’angolo a ogni nuovo esperimento.

Molti psicologi cognitivisti sostengono che un’attività conoscitiva fondamentale del pensiero umano sia narrare e narrare significhi ritessere gli eventi della nostra vita in una sequenza temporale e in una concatenazione logica; cioè, raccontare storie. E’ una visione ormai universalmente riconosciuta, ma a mio avviso è una visione parziale. Prima di cominciare a raccontare una storia, infatti, tutti noi – narratori spontanei o esperti – ci siamo già figurati il mondo in cui quella storia si svolgerà.

Il primo atto che il pensiero umano compie per cercare di riordinare e dare senso alla realtà non è raccontare storie bensì costruire e ri-costruire i mondi nei quali quelle storie personali e/o fittizie si troveranno ad ambientarsi e articolarsi.

Non facciamo altro, tutto il tempo, che manipolare il mondo che ci circonda secondo criteri narrativi per orientarci, adattarci e difenderci da esso.

La domanda, a questo punto, è semplice: se costruire mondi narrativi, sia nella vita che nella finzione, è un’attività che ci è così congeniale e che rivela una così grande importanza, non sarà necessario affrontare una volta per tutte il campo minato delle definizioni?

Che cos’è, infine, un mondo narrativo? Che cosa lo definisce, appunto? Che cosa facciamo quando, sia nella vita quotidiana sia nello scrivere la sceneggiatura di un film, riorganizziamo il materiale della narrazione (esistenziale o finzionale) per creare il mondo della nostra storia?

La prima operazione che compiamo, lo abbiamo già detto, è selezionare per creare un ordine. Ma, verrebbe da chiedersi, un ordine di che cosa? Risposta: un ordine di esistenti.

Secondo Seymour Chatman per esistenti, all’interno dell’ambito narratologico, bisogna intendere i personaggi e gli ambienti di una storia. Ecco dunque la nostra definizione. Un mondo narrativo è un ordine di esistenti, cioè un insieme di personaggi e ambienti relazionati in modo tale da creare un’unità coerente e pulsante, un organismo complesso e delicato, un’entità con una struttura riconoscibile ma al tempo stesso capace di evolversi.

Mi rendo conto che ciò non basta. C’è da fare un passo ulteriore. O, almeno, indicare la direzione verso la quale questo passo sarà compiuto.

Quali sono gli strumenti che, nell’infinità di tutte le rappresentazioni possibili, ci permettono di ricostruire (anche inconsapevolmente) proprio quell’ordine di esistenti che ci risulta più utile, più rassicurante e più piacevole? Lo scopriremo nei prossimi post. Per ora, anticipiamo che si tratta di sette elementi, che potrebbero essere pensati come un setaccio al quale passiamo costantemente la realtà per operare una delle trasformazioni alchemiche più importanti ai fini della nostra stessa sopravvivenza: la riduzione del caos magmatico nel quale ci troveremmo immersi nell’immagine di un mondo dotato di senso e stabilità.

I sette elementi generatori, i tiranti che tengono in piedi il tendone che di volta in volta ospita il circo che chiamiamo mondo, sono:

  • Topos, il territorio;
  • Epos, la memoria storica;
  • Ethos, i valori condivisi;
  • Logos, i linguaggi;
  • Genos, l’insieme dei rapporti di status parentela e stirpe;
  • Telos, le finalità comunitarie;
  • Chronos, il tempo.