Non si fanno grandi illusioni i giovani che aprono il corteo. Il loro striscione recita: “La mafia è viva e sfila insieme a noi”. Sanno bene che la ‘ndrangheta dopo essersi infiltrata nelle istituzioni ora si infiltra anche nei cortei per la legalità, magari ricorrendo proprio ai sorridenti volti di chi quelle istituzioni governa. Sanno tutto questo, conosco i rischi di strumentalizzazione ma non disertano. Sono tantissimi, decine di migliaia, a sfilare sul Corso Garibaldi di Reggio Calabria nella manifestazione contro la violenza della ‘ndrangheta che alza il tiro e colpisce magistrati, giornalisti, sacerdoti, imprenditori, quanti ancora rappresentano una “resistenza” ed un inciampo per quella borghesia mafiosa che in Calabria regna sovrana.

Certo, c’è rabbia nel veder comparire, tra magistrati, animatori sociali, studenti, cittadini impegnati il visodi qualche “impresentabile”. Che fa capolino lontano dagli striscioni dei giovani e si trova più a suo agio al riparo dei gonfaloni dei molti Comuni che hanno aderito all’appello del Quotidiano della Calabria. Ma è palpabile che la loro è una presenza imbarazzata. Sanno bene che quando si invoca legalità e quando si invita a colpire la “zona grigia” il riferimento non è più alle coppole con la lupara a tracolla.

Il corteo è altro, va avanti senza di loro e nonostante la loro presenza. Ed è un corteo animato, vivo, pieno di clori, forte anche davanti all’inclemenza atmosferica. Un corteo che si stringe attorno a quanti finiscono nel centro del mirino mafioso proprio per aver alzato il livello delle loro indagini. E il procuratore generale Salvatore Di Landro ne è l’emblema. Sfila con gli altri in mezzo al corteo, la scorta non lo perde di vista un attimo c’è anche un po’ di tensione. Di Landro sarà l’unico rappresentante delle istituzioni a salire sul palco al termine del corteo. Dopo essersi beccato la risposta del sottosegretario Caliendo – che ha definito un semplice “incidente” la manomissione della sua auto blindata poche settimane prima della bomba – si è presentato davanti a centinaia di persone in versione Obama: “Yes we can. Noi possiamo, vogliamo uscire dall’oppressione mafiosa.Vogliamo una Calabria libera dai condizionamenti della paura, una Calabria e una società che si muovono sul terreno dei principi”.

“Oggi è un giorno importante per Reggio e la Calabria – ha aggiunto il procuratore “sotto tiro” – Bisogna partire da tre obiettivi principali: uno educativo, uno preventivo e l’altro repressivo, ma il più importante è quello educativo perché rappresenta il fondamentale compendio per gli altri, perché si estrinseca nella famiglia e nella società”. Ed ammonisce: “Mai come in questo momento viene ribadita forte l’esigenza di legalità. La fonte dei rapporti nuovi non può che essere la legge, che deve essere rivolta al perseguimento del bene comune. Solo il rispetto della legalità rappresenta un momento di equilibrio che costringe anche lo Stato a sottoporsi al rispetto delle regole”. È questo il punto, in Calabria: costringere lo Stato a sottoporsi al rispetto delle regole. Difficile impresa in una terra dove un piccolo imprenditore di Palmi, Gaetano Saffioti, che vive sotto scorta dal giorno in cui otto anni fa ha denunciato i suoi estorsori dal palco, accusa: “Dopo il processo è iniziato l’isolamento. Abbandonato dalla società civile, dai colleghi imprenditori, dagli amici, persino dalla Chiesa. Sconfiggere la mafia si può, ma lo si deve fare con i fatti, mettendo insieme forze e convinzioni comuni. Le battaglie si vincono restando e non scegliendo di scappare. È di vitale importanza restare”.

Già, la Chiesa e i suoi ritardi. Ma alla manifestazione era presente uno dei volti presentabili, quello di Don Pino De Masi, parroco di Polistena, referente di Libera nella Piana di Gioia Tauro dove, sui terreni confiscati alle famiglie mafiose, è nata la cooperativa Valle del Marro: “Le cosche indirizzano il loro messaggio alle forze dell’ordine e alla magistratura per indebolirne l’azione di contrasto nei loro confronti. Oggi siamo qui per stare insieme a queste forze sane e di tutti quelli che subiscono l’aggressione della criminalità. È fondamentale spendersi in prima persona nella vita di ogni giorno per diffondere la cultura della legalità”.

di Lucio Musolino

da il Fatto Quotidiano del 26 settembre 2010