Bastano pochi uomini con grandi intuizioni per raccontare lo spirito di un tempo. Uno di questi uomini è stato Philip K. Dick. Dalla sua immensa opera, scrittori e talentuosissimi cineasti continuano ad attingere. Fanno bene. Perchè, semplicemente, quello creato da Dick in libri come Ubik, Illusione di potere, La svastica sul sole è un paradigma epistemologico che poco (nulla) ha da invidiare alla filosofia del Novecento. Così, dallo stiloso Matrix allo splendido eXzistenz al nuovo film di Christopher Nolan, Inception, gli interrogativi dickiani sul valore di verità delle idee e della realtà, sull’illusione che prende corpo e “ammala” l’esistenza, sul rapporto tra tempo e percezione sono stati indagati dal cinema e dalla letteratura perché sono gli interrogativi del nostro tempo. Inception non è che l’ultima fioritura di un albero dalle radici profonde. È un bel fiore. Non il migliore della serra, ma piacevole da vedere.

Dom Cobb (Leonardo Di Caprio) opera nello spionaggio industriale con metodi molto peculiari: è in grado di entrare nell’inconscio della persona spiata mentre dorme e, assieme a una squadra di “complici”, è capace di rubargli i più reconditi segreti. Per salvare se stesso – Cobb è accusato dell’omicidio della moglie Mal e non può tornare negli Stati Uniti dai suoi figli – deve compiere il colpo “decisivo”: non dovrà rubare informazioni, ma innestare un’idea nella mente di un ricchissimo ereditiere per convincerlo a scorporare l’azienda paterna. “Un’idea è come un virus”, dice Cobb all’inizio del film. Ma va inoculato con una procedura davvero complicata: le spie e il soggetto che riceve l’idea devono trovarsi nello stesso ambiente e dormire. Attraverso i sogni, le spie entrano nella mente dello spiato. E possono agire, costruendo una realtà parallela che assomiglia molto a un gioco di ruolo.

Inception sembra più arzigogolato di quanto non sia. A ben vedere, la sua struttura è semplice. La prima parte presenta Cobb, racconta la “squadra” che dovrà compiere il colpo definendone rapporti e caratteri, ci spiega il cervellotico meccanismo che vedremo all’opera in seguito. Lo schema è di quelli collaudati nei film d’azione e la differenza sta nel tipo di missione (ma potrebbe anche essere una rapina in banca). La seconda parte è quella dello svolgimento dell’azione principale. In realtà il film ha una struttura molto classica. Classica è anche l’idea che la storia principale – l’innesto dell’idea nella mente del ricchissimo rampollo – si intrecci con la storia privata del protagonista che deve liberare se stesso dai propri incubi, legati all’inquietante figura della moglie. La soluzione della storia privata è necessaria per la soluzione del plot. La percezione della complessità è costruita da un montaggio frastagliato e dalle tematiche, suggestive quanto affascinanti, che Inception affronta. Nel film di Nolan si sogna nei sogni. Addirittura vengono messi in scena 4 livelli di profondità del sogno e dell’inconscio. È molto interessante che ogni livello onirico raggiunga intensità differenti e sempre più forti. E, di conseguenza, durate diverse. Il tempo lineare è lo stesso, la durata è maggiore quanto maggiore è l’intensità inconscia. Molto intelligente che le idee, poi, siano raccontate come complessi di percezioni a cui le persone si “affezionano” (Cobb dice a un certo punto che un’idea si innesta più facilmente se è accompagnata da un’emozione positiva: lo dice anche David Hume, il principe dei filosofi) e che la “fede” sia vista come un’adesione assoluta a un’idea. Bello poi che, alla faccia del relativismo “spinto”, la realtà sia difficile da districare ma esista eccome. I piani della realtà e del sogno non si equivalgono affatto e anzi dipendono gli uni dagli altri. Mano a mano che ci si allontana dalla materialità, la stabilità del sogno è sempre più fragile e la verosimiglianza sempre più difficile da “reggere”. La realtà esiste per Nolan. Non si sgretola come i palazzi “costruiti” dall’inconscio di Cobb e Mal. Certo, il mondo delle idee, dei sogni e delle intensità può dare dipendenza e farci vedere tutto in maniera distorta. La fede può nascere sull’onda della grande illusione, di un’idea costruita male. Ottimamente raccontato anche il rapporto tra Cobb e la moglie. Constatazione amara di quanto gli amori siano costruzioni oniriche, prodotti da due sistemi ideali che si uniscono ma che possiedono, anche, un’incrinatura destinata a dividerli.

Se Inception è un film riuscito il merito va soprattutto al secondo tempo. La prima metà è piena di clichè e, per non disorientare troppo lo spettatore, tende a spiegare in maniera persino troppo pedante il metodo dell’innesto onirico. Il “sogno” che costituisce l’azione principale è invece molto ben costruito e il meccanismo a incastro risulta chiarissimo. Per chi ha voglia di decrittarle, mille le citazioni: dalle scale di Escher alle grandi tele di Max Ernst, da Magritte a 007, da 2001 a Quarto potere e altro ancora. Detto tutto questo, se leggete Le tre stimmate di Palmer Eldritch di Dick e date un occhio alla droga usata dai coloni di Marte – si chiama Perky Pat ed è una bambola – vi renderete conto che Nolan non ha inventato nulla. Ma di fronte a Dick – non è una critica – è difficile creare idee nuove. Con buona pace di qualsiasi innesto.