In uno dei più bei film di Mario Monicelli, Romanzo popolare, dall’alto di un tetto l’operaio Ugo Tognazzi mostrava con orgoglio alla giovane moglie la sua fabbrica. La distingueva fra mille altre dal fumo, «che per la fabbrica è come una bandiera», così come una madre individua a colpo sicuro suo figlio in una folla di mille per la sua inconfondibile unicità. Erano gli anni Settanta e le fabbriche erano quelle, vere e fumanti, di Sesto San Giovanni, dove fu effettivamente ambientato e girato il film.

Ora quelle fabbriche non esistono più. O meglio, restano le vestigia di un passato glorioso: capannoni, torri, altoforni. E i villaggi costruiti per gli operai. Roba vecchia, da abbattere, si sarebbe detto un tempo. E invece no: quegli edifici vetusti e svuotati della loro funzione sono un pezzo di storia che Sesto San Giovanni vuole tutelare partecipando, con la città di Tomioka (Giappone ) e il bacino minerario del Nord-Pas di Calais (Francia), alla gara per il conferimento del titolo di «Patrimonio dell’umanità» assegnato dall’Unesco nella categoria Archeologia industriale.

A sostegno della candidatura, il Comune della città ha organizzato il convegno internazionale che si tiene oggi e domani a Sesto con la partecipazione di molti illustri ospiti: urbanisti, storici, politici. Intanto, però, i lavori di recupero e riqualificazione di stabilimenti e aree industriali è già iniziato. «All’Unesco non diciamo di voler salvare questo patrimonio, ma che lo stiamo facendo”, dice Demetrio Morabito, vicesindaco di Sesto nonché assessore all’Urbanistica dell’ex Stalingrado d’Italia.

Là dove c’era il cemento ora sorge l’erba, si potrebbe dire parafrasando Celentano. Per esempio un’area dell’ex Breda , una delle quattro grandi fabbriche di Sesto (le altre erano: Falk, Marelli, Campari), è diventata un parco in cui campeggia l’enorme carroponte trasformato oggi in un’arena estiva dove si tengono spettacoli e concerti. Poco distante, in un altro vecchio fabbricato, sempre della Breda, c’è il Museo dell’Industria e del lavoro: ospita l’Archivio di Giovanni Sacchi, il designer sestese celebre per i modellini in legno degli oggetti ideati dai grandi del design (Munari, Zanuso, Castiglioni, solo per citarne alcuni) che realizzava prima che andassero in produzione. Ma il Museo è anche sede del Teatro Filodrammatici, emigrato dal centro di Milano per diventare uno dei più amati luoghi d’incontro della città.

I siti di archeologia industriale, individuati già una decina d’anni fa nel passaggio dal vecchio al nuovo piano regolatore, sono 37, molto diversi fra loro ma tutti importanti per l’impronta che hanno dato alla città. Un’impronta che Sesto vuole conservare pur avendo perso la sua vocazione industriale. Il Bliss, uno degli edifici più belli dell’ex area Falk, un capannone in ferro battuto e vetro illuminato dalla luce naturale, sarà la nuova biblioteca centrale della città. E la nuova stazione con ingresso bifronte (la ferrovia divide in due Sesto) avrà un affaccio sul parco dell’ex area Falk dove troneggia il gigantesco T3, un altoforno in acciaio del primo Novecento.

Nello stesso parco s’incunea l’Omec (Officine meccaniche e costruzioni), un lunghissimo fabbricato, più lungo perfino dell’Arsenale di Venezia, destinato a diventare un’area di servizi per i visitatori del Parco e il cui progetto di recupero è firmato, come per tutta l’area ex Falk, da Renzo Piano.

Protagoniste della celebrazione e del recupero architettonico della Sesto operaia non sono solo le grandi fabbriche. L’intervento più modesto quanto a spazi ma non certo per qualità è quello dell’ex sede produttiva della Campari, un edificio del 1904 in mattoncini sormontato da un’insegna in ferro battuto: oggi è sede di un museo dedicato alla storia dell’azienda ma anche alla pubblicità, che la Campari innovò profondamente: non a caso fra le mostre ospitate dal museo c’è quella dedicata a Depero, l’illustratore che ha legato indissolubilmente il suo nome a quello del bitter.

Anche i quartieri operai saranno recuperati, ma non snaturati e certe prospettive architettoniche, conservate: come accadrà al «Cannocchiale», un villaggio operaio periferico, dove i vecchi palazzi, non interessanti dal punto di vista archittettonico, saranno abbattuti e ricostruiti, ma osservando rigorosamente la caratteristica disposizione, appunto, a cannocchiale.

Ha detto Giorgio Oldrini, sindaco di Sesto San Giovanni: «La presenza delle fabbriche ha fatto sì che la nostra comunità abbia espresso due caratteristiche principali. Una grande capacità di innovazione (qui Ercole Marelli ha inventato l’industria elettromeccanica italiana, Ernesto Breda ha tra l’altro costruito l’unico aereo quadrimotore mai realizzato in Italia, Davide Campari, oltre ad avere invaso il mondo con i suoi aperitivi, ha creato la pubblicità moderna nel nostro Paese, la Falck è stata l’azienda che per prima ha introdotto il ciclo continuo in siderurgia, la Garelli ha ideato moto che hanno vinto Campionati del mondo nelle categorie 125 e 250) e una grande coesione sociale, dunque una profonda solidarietà. Dalle fabbriche partirono i grandi scioperi del 1943 e del 1944 che sono poi dilagati in Italia e in Europa e hanno inferto un colpo durissimo al nazifascismo. Attorno alle grandi fabbriche, che occupavano 4 chilometri quadrati degli 11 del territorio totale di Sesto San Giovanni, sono nati i villaggi operai e le case dei dirigenti, si sono moltiplicati i circoli “rossi” e quelli “bianchi” dove i lavoratori si incontravano per organizzarsi o per passare il tempo libero». Ora è il momento che la città restituisca a quei luoghi almeno una parte di quanto hanno dato nel corso di un secolo, celebrandoli senza nostalgia, ma con uno sguardo al futuro.

di Valeria Gandus