L’autorizzazione a utilizzare le intercettazioni che riguardano l’ex sottosegretario Nicola Cosentino nel processo che lo vede indagato per associazione a delinquere e violazione della legge Anselmi sulle società segrete non è stata concessa. 308 parlamentari hanno ritenuto che le intercettazioni fossero “irrilevanti”; e dunque, a che pro autorizzarne l’uso? Altri 285 l’hanno pensata in maniera opposta. E adesso tutti si accapigliano: ma servivano davvero queste intercettazioni? O magari il voto è stato inquinato dal fatto che si trattava di un test per vedere quanto ancora era saldo il potere di B&C? E fino a che punto si potevano costringere i deputati della maggioranza, alcuni dei quali anche onesti, a votare turandosi il naso e le orecchie e mettendo in ibernazione il cervello? E tutti si dimenticano che questa fetente situazione è conseguenza diretta di una delle leggi più spudorate che la classe politica si è votata a suo uso e consumo, la legge 140/2003. E che Cosentino è stato graziato non perché il suo partito lo vuole proteggere; e nemmeno perché si trattava di verificare la tenuta della maggioranza; ma perché è previsto che i politici non siano processati; è previsto che le loro confessioni telefoniche non debbano essere utilizzate; e che dunque non ci deve essere alcun precedente che violi questo patto scellerato, quand’anche si tratti di graziare un imputato di associazione a delinquere.

Privilegio parlamentare

Cosa dice dunque questa legge immonda?
Articolo 4: per sottoporre ad intercettazione telefonica un deputato o un senatore bisogna preventivamente chiedere l’autorizzazione alla Camera a cui appartiene. Avete capito bene: se si fosse reso necessario intercettare Cosentino nel corso dell’indagine che lo vede indagato, si sarebbe dovuto chiedere il permesso alla Camera dei deputati. A questo punto è lecito chiedersi perché l’articolo 4 in questione non ha semplicemente previsto che le intercettazioni delle utenze facenti capo a un senatore o a un deputato non erano consentite. Magari gli insigni legislatori che hanno partorito questo monstrum hanno la faccia di bronzo di sostenere che si è voluta lasciar aperta la possibilità di concedere l’autorizzazione alle intercettazioni quando e se esse fossero state davvero necessarie (e non richieste per una delle consuete persecuzioni giudiziarie). Ma è ovvio che, anche in un caso come questo, se l’autorizzazione fosse concessa (sempre che qualche pm o gip fosse così imbecille da chiederla), sarebbe del tutto inutile perché, a quel punto, il Cosentino di turno parlerebbe solo della quantità e del tipo di dolcini da portare alla festa del nipotino. Così abbiamo un primo punto fermo: la classe politica ha voluto garantirsi che intercettazioni nei confronti dei suoi adepti non se ne potessero fare.

Amici e conoscenti

Residuava un problema: perché, come ormai tutti possono capire, la classe politica ha un elevato tasso di frequentazione con la delinquenza mafiosa e non. E, ovviamente, amici, conoscenti e soprattutto complici hanno spesso bisogno di parlarsi; e di parlarsi al telefono. Per dire (è una telefonata vera, rimasta celebre, purtroppo non mi ricordo il nome del deputato o senatore protagonista) un mafioso ha urgente bisogno della presenza del suo sponsor politico nella città d’origine e quindi gli telefona; solo che il politico in questione è in Parlamento, seduto su uno degli augusti scranni che la Repubblica gli mette a disposizione; e quindi spiega al mafioso che non può, proprio non può, abbandonare la seduta e partire; e allora il mafioso gli dice “Noi ti abbiamo messo lì e noi ora ti vogliamo qui; quindi alza il culo e muoviti”. Non male come prova di concorso esterno (o forse di concorso tout court) in associazione mafiosa; come sarebbe stato bello se la telefonata fosse stata intercettata! Come sarebbe stato bello? Ma la telefonata è stata intercettata! Perché il mafioso, lui, era intercettato. Il mafioso, non il parlamentare. Bene, direbbe uno normale, siamo a posto: il parlamentare non è stato intercettato, dunque non c’è un problema di autorizzazione non richiesta; non c’è nemmeno il sospetto che si possa trattare di giustizia a orologeria, di un’inchiesta messa su a scopo politico, per danneggiare il parlamentare e il suo partito, visto che nessuno sapeva che il mafioso era suo amico; si tratta di un’intercettazione come tante altre, fatta nel corso di un’indagine a carico di delinquenti normali, non politici. Tutto a posto.

Manco per niente; perché c’è l’articolo 6 (quello che ha graziato Cosentino): quando un cittadino qualsiasi, regolarmente intercettato, parla con un parlamentare, questa intercettazione non può essere utilizzata se non previa autorizzazione della camera. Ma nessuno ha intercettato il parlamentare! Vero. Ma non si può nemmeno pensare che qualcuno ce l’avesse con il povero perseguitato politico, nemmeno si sapeva che aveva rapporti con il mafioso! Vero. Ma hanno confessato un orrendo delitto commesso insieme! Vero. E allora? Il parlamentare è un parlamentare, mica uno come gli altri; se anche le intercettazioni (si chiamano indirette) dimostrano che ha ucciso, stuprato, rubato, trafficato, il giudice le potrà utilizzare solo dopo che la Camera di appartenenza avrà dato l’autorizzazione. Che, come tutti sanno, non è data mai.

Occorre altro per dimostrare che si tratta di un sistema preordinato per assicurare che le intercettazioni, dunque le prove più dirette, inequivocabili, insuperabili che ci siano, non debbono essere utilizzate contro i politici delinquenti? Occorre altro per dimostrare che la grazia a Cosentino è stata concessa sì, forse, per contiguità politica, per disciplina di partito, per dimostrare che B&C sono saldi in sella e controllano ancora il Parlamento; ma soprattutto perché questa garanzia di impunità non si deve incrinare con un precedente?

E infine l’ultima mazzata. Tutti naturalmente pensano che questa serie di sconcezze legislative siano state fatte da B&C, una delle tante leggi vergogna. E in parte è vero, nel 2003 c’era sempre lui, B. Ma la legge 140 del 2003 non fu ideata dai C di B. Il suo papà fu Marco Boato, a quell’epoca non so se Verde o Radicale, comunque all’opposizione. E fu votata con votazione nominale a scrutinio simultaneo: favorevoli 302, contrari 17, astenuti 13, votanti 319, presenti 332. Cioè, venne votata da tutti i partiti. Tutti d’accordo nella difesa della loro impunità. E oggi il Pd si permette di indignarsi sulla grazia concessa a Cosentino? Ma mi faccia il piacere!