Piercamillo Davigo strappa un’altra risata al pubblico presente alla Scuola di giornalismo della Columbia University di New York, intervenuto per assistere ad un incontro sulla libertà di stampa in Italia.

Quando ho invitato una mia amica americana a venire con me, mi ha subito detto “ma in Italia non c’e’ piu’ libertà di stampa”. Vero, o quasi. Quindi quello con Piercamillo Davigo e Marco Travaglio era assolutamente un incontro da non perdere. Dobbiamo, però, averlo pensato in tanti perché la sala era strapiena e ho dovuto sgomitare non poco per riuscire a farmi largo per salutare chi, oltre ad essere l’attesissimo ospite della serata, è anche uno dei fondatori del giornale per il quale scrivo e che, finalmente, avevo l’opportunità di incontrare in persona. Strette di mano veloci e poi, in perfetto stile newyorchese, da ultima arrivata, sono tornata nelle retrovie per restare circa tre ore in piedi senza, però nessuna intenzione di andar via.

Ad ascoltare Travaglio e Davigo raccontare l’Italia degli ultimi quindici anni c’era da rabbrividire. Per fortuna, la loro acuta e inarrestabile ironia ha reso il tutto più “accettabile” perché smorzato da un bel pò di risate. Eppure il quadro era quello che era e ho avuto la netta sensazione che i tantissimi ragazzi e ragazze italiani che affollavano la sala hanno, come me, provato un senso di sollievo a pensare che all’uscita ci saremmo ritrovati a New York e non a Roma o a Milano ma anche, allo stesso tempo, una profonda e triste amarezza nell’essere consapevoli che quanto ci veniva (ancora una volta) raccontato era vero e drammatico.

Piercamillo Davigo nel fare un esempio delle incongruenze italiane e della difficoltà del paese ad essere “onesto”, a liberarsi di quella cappa asfissiante rappresentata dalla corruzione e dal malaffare, ha “citato” i cartelli che proibiscono qualcosa, una qualsiasi cosa, e sui quali appare quell’inquietante (e ridondante) avverbio “severamente”. In un altro paese basta “è vietato”. A New York è vietato fumare quasi ovunque e se ti siedi in un ristorante all’aperto non c’è nemmeno bisogno di quel cartello perché a nessuno viene in mente di accendersi una sigaretta e, se succede, scatta immediatamente l’impulso di chiedere al cameriere se lo si può fare o no. “Severamente vietato” ci ricorda come in Italia sia necessario sottolineare un divieto per la difficoltà di farlo rispettare. “Se c’è un disonesto nel centro sinistra e un disonesto nel centro destra – ha detto Travaglio – in Italia si annullano a vicenda invece di raddoppiare. Dunque, non si hanno due disonesti ma zero”.

Nel lasciare la sala, allontanandomi dall’atmosfera davvero speciale del campus della Columbia, ancora distratta a guardare, con la coda dell’occhio quei ragazzi che giocavano a basket o se ne stavano seduti a chiacchierare sulle aiuole, godendosi il bello della loro gioventù, con la certezza che le loro qualità e lo studiare in un posto così prestigiosi, li porterà a farsi largo nel mondo, mi sono chiesta cosa sarebbe stato di me se fossi nata qui. Sfortunatamente, con rammarico e malinconia, la risposta è stata che sarei stata meglio perché quella cappa di malaffare, maleducazione, malapolitica che asfissia il mio paese non avrebbe ucciso quotidianamente, per anni, ogni mia aspettativa e ogni mio sogno. Il paese dove vivo non è perfetto. Nessun paese lo è. La città dove vivo non è perfetta. Nessuna lo è. Ma qui ho smesso di sentirmi “inutile” e ho ricominciato a credere e, con il cuore tronfio di orgoglio (che mi sia concesso) ho avuto voglia di abbracciare quella ragazza che, saputo che scrivevo per Il Fatto, voleva cedermi la sua sedia.