Costruire una rendita sulle macerie della più colossale truffa finanziaria della storia americana. Sulla carta un obiettivo impossibile, nella realtà un’ipotesi concreta. Ne sono consapevoli le grandi banche e le major di Wall Street che, ultimamente, sembrano aver scovato una nuova fonte di guadagno: le vittime di Bernard Madoff. Nel mirino ci sono quei crediti fantasma bruciati dal grande crack del dicembre 2008. I truffati vogliono disfarsene in tutta fretta e non sembrano avere molto tempo da perdere. I grandi gruppi, al contrario, sembrano poter aspettare. Proponendosi, nel frattempo, nel ruolo di soccorritori interessati.

Riconosciuto colpevole di frode ai danni di una miriade di ignari investitori, Bernard Madoff è attualmente impegnato a scontare una condanna a 150 anni di carcere. A condurlo dietro le sbarre una strategia conosciuta come “schema Ponzi”, una sorta di piramide finanziaria fraudolenta in cui si garantivano elevati rendimenti a breve termine ai primi “anelli” della catena finanziaria ma solo grazie all’apporto del capitale fornito dai nuovi investitori. Un’operazione di “scarica barile”, in altri termini, destinata a penalizzare gli operatori che via via entravano nel gioco fino a generare un inevitabile default. Tra partecipazioni dirette e investimenti in fondi coinvolti, la lista delle vittime si è allargata a dismisura.

In quel baratro da 50 miliardi di dollari, insomma, ci sono finiti un po’ tutti, dai giganti Santander, Bnp Paribas e Royal Bank of Scotland fino ai pompieri del Connecticut, alleggeriti di 40 milioni di dollari nel loro fondo pensione. Irving Picard, il curatore fallimentare designato, ha fatto del suo meglio ma i risultati ottenuti non sono stati un granché. La liquidazione dei beni Madoff ha fruttato appena 1 miliardo e mezzo. Briciole. Sul tavolo ci sono però altre azioni legali che dovrebbero rastrellare quasi 15 miliardi, ma i dubbi sui tempi e sul buon esito continuano a sprecarsi. Le vittime, comprensibilmente, hanno paura ma qualcuno sembra pensarla diversamente.

Le grandi banche scommettono che tutto andrà per il meglio e si dichiarano disposte a rilevare i crediti al 20% del loro valore con la certezza di ottenere una plusvalenza in futuro. Tra gli operatori maggiormente attivi, riferisce FOX Business Network, ci sono investitori statunitensi come ASM Capital, Liquidity Solution e Prime Shares, alcuni hedge funds e, soprattutto, due colossi del mercato come Deutsche Bank e Ubs che, in passato, avevano già avuto modo di incontrare sulla loro strada proprio Bernard Madoff. Tra il gennaio 2005 e il settembre 2006, il fondo pensione italiano di Deutsche Bank investì 3 milioni di euro in un veicolo denominato Fairfield Sigma, uno dei tanti fondi riconducibili alla galassia Madoff. Quest’ultimo generò sulla carta 800 mila euro di rendita che si rivelarono in seguito del tutto fasulli. Scopertasi vittima di truffa, DB svalutò del 50% la partecipazione in Sigma mettendo a bilancio 1,8 milioni di perdita.

Diversa, invece, la storia di Ubs per la quale i guai non sono stati solo finanziari. Nel maggio scorso un tribunale di Parigi ha aperto un procedimento contro la banca elvetica a partire dalla denuncia di 78 investitori in possesso di circa 20 mila titoli della Luxalpha, un fondo di investimento lussemburghese gestito da Ubs e invischiato nella piramide Madoff. I risparmiatori hanno accusato la banca di aver ingannato le autorità e gli investitori diffondendo prospetti informativi fuorvianti e hanno chiesto 100 mila dollari di risarcimento a testa. La Luxalpha, per altro, si ritrova coinvolta in un’altra vicenda che in Francia sta creando tuttora un notevole imbarazzo: il famoso caso dell’ereditiera del Gruppo L’Oreal Liliane Bettencourt. Gli inquirenti vorrebbero infatti chiarire i dettagli di quell’operazione che portò la Luxalpha a sostituire il fondo francese Oreades. Fondato nel 1997 con i capitali di due società controllate dalla famiglia Bettencourt, Oreades commercializzava i prodotti finanziari di Madoff attraverso la banca Bnp. Liquidato nel 2004, fu rimpiazzato proprio da Luxalpha che avrebbe svolto lo stesso compito appoggiandosi però a Ubs. La Bettencourt afferma di aver perso nel crack Madoff circa 30 milioni di euro.