Arrestato per aver favorito la latitanza di Gaetano Fidanzati, il boss di Cosa nostra catturato il 5 dicembre scorso in pieno centro a Milano. Si tratta di Graziano Bruno Bianchi, ex terrorista dei Colp (Comunisti organizzati per la liberazione proletaria), tra i fondatori dei Boys san, gruppo storico della curva dell’Inter, con interessi passati nella vita notturna milanese. Bianchi, già denunciato nell’immediatezza delle indagini che seguirono alla cattura, è stato ora arrestato sulla base di un’ordinanza di custodia cautelare. Avrebbe infatti concesso a Fidanzati una villetta in Val Seriana, nel Bergamasco, che gli servi’ da covo per una parte della sua latitanza. L’uomo, residente a Milano, ha precedenti per banda armata, estorsione e armi.

Classe ’55, Bianchi è figlio di un padre partigiano che lo alleva negli ideali dell’antifascismo militante. Fisico asciutto, parlata svelta, Bianchi è quella persona, che per tutto il mese di dicembre 2009 ha pranzato con il boss al ristorante La Pesa di Parre, il centro della Val Seriana dove si nascondeva don Tanino.

Laureato in giurisprudenza, entra nei Colp (gruppo che nasce sulle ceneri di Prima linea) all’inizio degli anni Ottanta. Nell’82 viene arrestato per un attentato contro la sede della Comunità israelitica di Milano. Già a metà degli anni Settanta colleziona precedenti per porto abusivo d’arma. Uscito dal carcere, mischia la militanza con altri interessi. Gli piace la vita notturna. Così, entra nel giro della sicurezza assieme a Franchino Caravita, l’amico di sempre e attuale leader della curva dell’Inter.

Durante le notti della Milano da bere, il trentenne Graziano Bianchi stringe rapporti di amicizia con gli uomini del clan Fidanzati. Lui è un tipo tosto, ha il piglio del capo. Tutte qualità che seducono il padrino dell’Arenella. La notte di Natale del ’95, però, viene arrestato di nuovo per spaccio di soldi falsi e un presunto giro d’usura.

Mafia e terrorismo. L’argomento torna di attualità nel processo sulle nuove Br. Uno dei condannati, Bruno Ghirardi (11 anni), in passato organico proprio nei Colp, secondo il pm, si incontra con Guglielmo Fidanzati, il figlio di don Tanino. Dice il magistrato: “E’ un aiuto che i comunisti chiedono a Fidanzati”.

Don Tanino così passa buona parte della sua latitanza nella Bergamasca in una mega villa affacciata sulla strada. Parre è un posto isolato, chiuso trale montagne. Siamo a un’ora da Milano. Qui si trova l’ultimo covo di uno dei boss più rispettati e temuti di Cosa nostra. Un luogo introvabile e nascosto lungo i tornanti che si attorcigliano attraverso boschi di abeti e castagni. Sul cartello sta scritto via della Libertà. Il civico è il 6. Si alza la testa e si incoccia in un’enorme villa: grosse pietre a vista, intonaco bianco, persiane di legno scuro, due piani, seminterrato, legnaia, piante da frutto, parco e alberi secolari. Il proprietario della casa è Bruno Bianchi, il padre di Graziano.

Dopo gli arresti di Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e di Salvo e Sandro Lo Piccolo, Fidanzati era diventato un quotato referente di quasi tutte le famiglie di Palermo. Era lui a dispensare consigli e a dirimere le questioni tra le nuove famiglie di Cosa nostra, come testimoniato dal ruolo di “arbitro” che esercita durante le intercettazioni dell’inchiesta Perseo della Dda di Palermo che lo vede implicato. In un’altra inchiesta, la Eos, che ha portato dietro le sbarre il fratello Stefano, legato ai clan di San Giuseppe Jato, c’è un’intercettazione che rivela un suo dialogo con Antonio Caruso, soldato dell’Arenella. Fidanzati ricorda i suoi trascorsi con i potentissimi fratelli Bono, Pippo e Alfredo. “Quando c’è l’onestà in una famiglia, quando c’è il rispetto, paga! Un conto vuol dire il rappresentante, un conto il sottocapo, un conto il capo decina, un conto il consigliere, quando si è tutti d’accordo qualsiasi cosa succede siamo tutti uniti”.