Se si entra nel fiume della vita ci si imbatte in un prossimo preda dell’attimo fuggente, per nulla ispirato da progetti o animato da sentimenti, proteso ad obiettivi e mete senza sostanza né decoro somiglianti ad un “ciarpame”…

Rapporto Censis su “Lo stato sociale del Paese”:

“…non sovvenissero ottimismo fedele ed indulgente cinismo ci sarebbe da essere umiliati e disperati di fronte all’attuale incapacità italiana di fare retrospezione del passato, interpretazione del presente, esplorazione del futuro. È umiliante vivere quotidianamente la contraddittorietà, l’impudenza e quasi la sconnessione psichica con cui ci si rinfaccia ogni cosa sia avvenuta nel recente passato, in cangianti risacche di colpevolezza o di risentimento che non mettono certo ordine nella coscienza storica della collettività. È umiliante e disperante constatare quanto sia povero il livello di interpretazione del presente: non si ha nozione precisa di come va l’economia, non si ha coscienza reale della nuova composizione sociale; neppure si riesce a capire quali accenti di verità e di realismo guidino la dialettica politica e l’evoluzione istituzionale. È disperante rilevare come sia andata scemando quella “voglia di mangiare il futuro” che ci aveva reso uno dei popoli più aggressivamente vogliosi di sviluppo: c’è appagamento, inerzia, poca voglia di maggiore competizione e rischio, qualche venatura di passività nell’accettazione di una stabilità imposta da fuori, addirittura una propensione alla deresponsabilizzazione verso ogni futuro che non sia puramente individuale. Le previsioni, le valutazioni di scenario ed anche le esortazioni all’impegno collettivo (a metterci anima o coraggio) diventano inerti esercitazioni di tecnocrazia retorica. Ognuna delle constatazioni sopra compiute potrebbe essere confermata in dettaglio (su tutti i relativi sostantivi, aggettivi e verbi) attraverso innumerevoli riferimenti probatori di vicende, dichiarazioni, controindicazioni e silenzi. In un tale crescendo nel tempo da far temere che corriamo il pericolo di incartarci nella insensatezza collettiva…”

Se ne ha chiara contezza se si tenta il dialogo anche minimo che vada oltre il veloce saluto con i vicini e i colleghi, i parenti e i viandanti in imperscrutabili impegni impelagati e angosciati per lo proprio picciol particulare.