Da Londra sono arrivate le parole di condanna del Papa verso i preti pedofili. E dalle tranquille montagne bergamasche si leva una voce finora sempre ignorata. È quella delle famiglie italiane devastate dagli abusi sessuali subiti dai propri figli. Si sono riunite a Schilpario per una due giorni di riflessioni e conforto reciproco, visto che dall’esterno ne arriva ben poco. Per loro l’incontro di Benedetto XVI con le vittime dei sacerdoti inglesi è uno squarcio nel muro di omertà e ipocrisia che finora ha sempre protetto i pedofili da sacrestia. Ospiti in una casa dei Gesuiti, le famiglie ferite alzano il loro grido di dolore: insieme hanno deciso di spedire al Papa una richiesta di incontro, che costringa la Chiesa a uscire allo scoperto anche da noi. La lettera sarà pubblicata nei prossimi giorni sul sito dell’associazione Prometeo, che da anni si batte contro gli orchi di tutte le specie, con o senza tonaca.

“L’apertura del Papa è senza precedenti – ammette Massimiliano Frassi, presidente di Prometeo – Alcuni sono dubbiosi, ma la maggior parte ha accolto con favore un atto inimmaginabile anche solo due anni fa. Ora speriamo che alle parole seguano anche i fatti. Non si può, ad esempio, continuare ad affidare i ragazzi dell’oratorio a preti già condannati per violenza sessuale, o semplicemente rimuovere il problema spostando i pedofili da una parrocchia all’altra”.

A tendere la mano al Vaticano sono circa 1.500 persone: non solo vittime di sacerdoti, ma anche di maestri, allenatori, amici e familiari. “La pedofilia non si annida solo nella Chiesa – prosegue Frassi – noi vogliamo portare davanti al Santo Padre la sofferenza di tutte le vittime, per avere conforto e solidarietà”.

La piaga della pedofilia striscia in tutti gli ambienti frequentati da bambini e adolescenti. Dopo l’abuso, il primo problema della vittima è quello di essere creduti. Dagli investigatori, dai giudici, ma anche dagli stessi genitori. “Per prima cosa provi vergogna – dice un papà – poi ti senti solo, impotente. Non pensi nemmeno a vendicarti: ti senti gelare e basta”. Esser creduti è già una vittoria. La voglia di giustizia viene dopo. Vuoi perché inchiodare i pedofili, assistiti da grandi avvocati (quasi sempre gli stessi), non è facile. Vuoi perché, paradossalmente, “una condanna o un rinvio a giudizio non ti fanno stare meglio, anzi: significa che qualcosa a tuo figlio è successo davvero”. Vorrebbero sbagliarsi, i papà e le mamme che vedono i loro piccoli cambiare e chiudersi in se stessi. Invece la realtà supera la più depravata immaginazione. I brutti ricordi riemergono anche dopo anni. Come nel caso di Giulia (nome di fantasia), che a tre anni fu abusata dal padre e poi dallo stesso venduta a una setta satanica. “Volevano sacrificarmi, ricordo di essere stata stesa su un crocifisso. Ma all’ultimo momento uno si tirò indietro. Da allora fui costretta ad assistere ai riti: ho visto infliggere violenze ad altri bambini. Ho ricordato i luoghi grazie all’aiuto di uno psicoterapeuta e li ho descritti agli investigatori, denunciando mio padre e altre persone. Tutti sono stati assolti: ora minacciano me e mia madre, hanno anche tentato di buttarci fuori strada con l’auto”.

Credere alle parole di chi ha visto l’orco non è mai facile. Perché si sentono brutte storie, come quella che svela Frassi: “L’ultima tendenza in fatto di turismo sessuale è andare in alcuni Paesi dell’Est, pagare una donna che sta per partorire e poi abusare del neonato”. Orrore che lascia senza fiato. Ma alle vittime bisogna dar voce. E visto che i media spesso sono sordi e distratti, la speranza passa da Internet e da Facebook. “Prima ero totalmente ignorante – dice un padre – poi navigando sul Web ho capito molte cose, soprattutto che molti altri vivono il tuo stesso incubo”. Ci si mette in contatto, nasce una rete per difendersi. “Serve una protezione civile anti pedofilia – continua Frassi – perché chi subisce un abuso deve poter contare sull’aiuto di gente pronta a intervenire tempestivamente. I pedofili dispongono di un network in grado di mobilitare subito avvocati e professionisti, altrettanto devono poter fare le loro vittime”. Fare rete per far sentire la propria voce, ecco l’obiettivo. La speranza è che anche il Papa e la Chiesa si mettano ad ascoltarla.