Mike Patton in Italia ha trovato l’America. O almeno parecchie soddisfazioni. Si è sposato (poi ha divorziato, ma sono cose che capitano), ha rinfrescato le proprie ispirazioni musicali (l’ultimo lavoro del cantante, Mondo Cane, è un omaggio ai classici italiani a partire da Il cielo in una stanza), ha intrecciato collaborazioni interessanti. Prima nota a margine al film di Saverio Costanzo La solitudine dei numeri primi: l’uso della musica. Onnipresente, ridondante, barocca. Le musiche originali portano la firma dell’ex leader dei Faith No More, quelle non originali sono azzeccatissime – a partire da Bette Davies Eyes di Kim Carnes – e saccheggiano l’immaginario horror di Dario Argento, citato dall’Ennio Morricone de L’uccello dalle piume di cristallo. Fin dalla prima scena l’uso della musica è fondamentale. E ci dice assieme alle immagini (che però richiamano più l’Argento “maturo”, quello di Profondo rosso, Suspiria e Inferno), dove siamo e cosa stiamo per vedere.

L’inizio del film di Costanzo è programmatico: il romanzo di Paolo Giordano viene declinato in chiave horror. La soglia e lo stile sono precisi e perseguiti dall’inizio alla fine. Il regista ha voglia di lasciarsi andare. Con visionarietà non sempre riuscita ma almeno tentata. Con una sfrenatezza che si riverbera nella fotografia e, appunto, nell’uso della musica. Presa e “gettata” in maniera emotiva, empatica, sconcertata. Per mettere in scena l’omonimo libro era necessario trovare una chiave forte. E la storia di Alice e Mattia, due “numeri primi”, due persone segnate da una ferita, che si inseguono senza incontrarsi fino in fondo, diventa un film dell’orrore. Orrorifica è la loro infanzia, costellata da sottofondi di cantilene, da famiglie oppressive (in certe scene le teste dei genitori restano fuori dall’inquadratura) che investono i figli di responsabilità molto più grandi di loro. Orrorifico è negare l’infanzia. Orrorifico il dolore che ne scaturisce. Ferita Alice lo è anche nel corpo, visto che è zoppa. E ferito Mattia non lo è solo nell’animo, visto che la perdita della sorellina – per cui si sente in colpa – lo induce a gesti di autolesionismo. Entrambi, Alice e Mattia, hanno costruito la propria identità sulla paura e sul senso di inadeguatezza.

Costanzo, per raccontarcelo, non va per il sottile. Difficile rappresentare il momento in cui Alice “entra” nella scena primaria di Mattia ma a volte è meglio forzare la mano che restare nell’ovvio. È una scelta. E, di questi tempi è meglio fare scelte anche opinabili che restar nel quieto vivere. La solitudine dei numeri primi non è proprio un capolavoro, ma tenta e spesso riesce ad esprimere – con zoom repentini e tagli imprevisti ma anche con lente carrellate intrusive – il terrore del vivere. Alla fotografia, alle scelte di regia e alla musica sono affidati i tratti espressionistici. Zigzagando nel corso degli anni (i due ragazzi si conoscono al liceo, ma la loro storia parte dall’infanzia e si conclude in età adulta), il film dal punto di vista della sceneggiatura è costruito invece su alcune macro-sequenze. I traumi infantili – lasciati, ripresi, montati in parallelo – il rapporto adolescenziale con Viola, l’amica ninfetta della complessata Alice, il matrimonio della stessa Viola, il finale. Se c’è una debolezza, in questo film faticoso, è la storia. Perchè disseminata in maniera non diacronica ma soprattutto perchè, in fondo, la vicenda sarà anche dolorosa ma resta sempre nel genere “osserviamo con sgomento il nostro ombelico (traumatizzato)”. A Venezia – lo ha detto Salvatores – i giurati hanno fatto fatica a capire il film. “Lo stile, il montaggio hanno confuso le idee: non si riuscivano a riconoscere i personaggi”, ha detto il giurato italiano. La scelta forte si rivela così un boomerang. Eppure, che doveva fare Costanzo di fronte a un romanzo debole? Forse solo una cosa: non metterlo in scena.