di Marcello Ravveduto

Il tema dello scioglimento dei consigli comunali per infiltrazioni mafiose ogni tanto viene a galla. Ne ha fatto una puntuale disamina Bruno De Stefano ne La penisola dei mafiosi e un approfondimento tematico Nello Trocchia in Federalismo criminale. Uno scioglimento è quasi sempre il racconto di una delle mille mafie locali che succhiano risorse dall’ente comunale e devastano il territorio monopolizzando edilizia, pubblica e privata, e smaltimento di rifiuti.

Una mafia paesana, violenta, ma allo stesso tempo capace di creare un sistema criminale al quale compartecipano amministratori, imprenditori, delinquenti e loschi intermediari. Se fosse un film si potrebbe intitolare La mafia sotto casa.

Un sottile filo rosso unisce i racconti di corruzione e collusione politico-mafiosa: l’ingresso delle mafie nei comuni, attraverso la disponibilità di politici e burocrati consenzienti, produce danni ambientali, trasforma i servizi pubblici in favori particolari, genera il monopolio dell’economia criminale – utilizzando gli appalti come fonte di moltiplicazione e di riciclo di guadagni illeciti –, acquisisce consenso elettorale con la distribuzione di reddito alle fasce marginali, stratifica la mentalità dell’inefficienza dello Stato e dell’assenza di controllo istituzionale, fino alla formalizzazione dell’occupazione materiale dello spazio pubblico.

Inoltre, i politici allontanati dai comuni sciolti (il decreto di scioglimento è una sanzione amministrativa e non una condanna penale) nel corso di un decennio o sono stati sistematicamente rieletti, a furor di popolo, o promossi a nuovi e più prestigiosi incarichi.

Quanti senatori, deputati, consiglieri regionali, provinciali e presidenti di svariati enti provengono da questa gavetta? Di chi è la colpa? Dei partiti che continuano a candidare politici in grado di raccogliere i voti delle mafie o dei cittadini che continuano ad eleggere politici collusi perché riescono a soddisfare meglio di altri le istanze delle nostre comunità locali?

È la solita lotta tra interessi e valori.

La linea di continuità del potere locale svela la mutazione della politica in corporazione. L’elezione è come l’ingresso in un albo professionale. Nei contesti locali si coglie appieno l’autorigenerarsi della casta. Come nei piccoli paesi e nelle città medie il figlio dell’avvocato, del commercialista, del notaio, dell’imprenditore, del commerciante sostituisce il genitore nell’attività professionale, così il figlio del politico locale eredita i voti del padre salvaguardando gli interessi della categoria.

Spesso, quando si discute di crimini dei colletti bianchi, la fantasia vola verso uomini in grado di manipolare enormi capitali finanziari, ma ci dimentichiamo gli innumerevoli amministratori e burocrati della porta accanto che praticano la politica del metodo mafioso: intimidiscono, assoggettano, favoriscono, colpiscono, rendono omertosa la società locale mostrando i muscoli della coercizione economica ed istituzionale.

Siamo continuamente vessati da insopportabili Don Rodrigo che determinano le sorti dei nostri popolosi paesi, abbandonati ai loro destini provinciali. Prima di colpire l’Innominato sarà necessario mettere fine al potere di centinaia di ras locali e dei loro immancabili “bravi” di manzoniana memoria.