Dice un suo vecchio compagno di lotte studentesche, uno dei tanti che con antico stupore maschilista la ricorda come “ragazza bellissima eppure intelligente”, che l’arrivo di Susanna Camusso al vertice della Cgil è il frutto di un doloroso compromesso: “Hanno dovuto scegliere se rinnovarsi con una donna o con un giovane, hanno trovato solo una donna”. Il dato storico è quello che è, e sarebbe davvero maschilista tacerlo per galanteria. Nella storia della Cgil del Dopoguerra, la cinquantacinquenne Camusso sarà il più anziano segretario generale dopo Bruno Trentin. Anche Giuseppe Di Vittorio e Agostino Novella, anche Luciano Lama e Antonio Pizzinato erano più giovani al momento dell’elezione.

Un’ascesa durata 35 anni

Rovesciando il ragionamento, bisogna riconoscere che il prossimo leader della Cgil non si può considerare un’operazione di pura immagine, il cedimento a una moda, il voler rispondere con una donna alla Confindustria che si è affidata a Emma Marcegaglia. L’esperta sindacalista milanese – pronta a essere incoronata con una barocca procedura che sarà avviata oggi dal consiglio direttivo del maggior sindacato italiano – rispecchia in pieno la natura di un’organizzazione che invecchia con i suoi iscritti (per metà pensionati). Con i suoi 35 anni di militanza rappresenta pienamente la storia e la cultura della Cgil. Difficilmente qualcuno potrà permettersi di rivolgerle una battuta “galante” come quella, indimenticabile, con cui l’industriale Vittorio Merloni accolse proprio la Marcegaglia nel consiglio d’amministrazione della sua Indesit: “L’abbiamo cercata tanto una donna, ci voleva in una azienda di elettrodomestici”. Il meccanismo di elezione della Camusso è per certi versi inspiegabile. I giochi veri si sono fatti nel congresso della Cgil della scorsa primavera, naturalmente dietro le quinte. Le assise della Confederazione sono scollegate dalla scelta del vertice. Lì si discute la linea, apparentemente. In realtà ci si conta, in un’estenuante rituale di congressi locali e di categoria, tra maggioranza e minoranza. Della successione a Guglielmo Epifani, che giunge alla scadenza dei suoi otto anni di mandato sei mesi dopo il congresso, si è discusso in conciliaboli riservati. Il leader uscente ha benedetto la Camusso, nessuno ha fiatato, la decisione è presa.

La finta consultazione

Eppure oggi il direttivo sceglierà cinque saggi che investiranno alcune settimane in una estenuante consultazione riservata con tutti i 156 membri del direttivo stesso. Ancora non si sa se Epifani affiderà ai saggi la sua proposta per la successione, o se si andrà alla cieca. Comunque i saggi chiederanno per 156 volte: “Chi secondo te è la persona più adatta a succedere a Epifani?”. All’inizio di novembre i saggi riferiranno al direttivo che dalla consultazione è emerso un orientamento in favore di Susanna Camusso. A quel punto si voterà a scrutinio segreto, e il numero di voti in favore della candidata unica dirà se la sua leadership parte forte o dimezzata.
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L’impressione è che si stia giocando una pura partita di potere dentro un’organizzazione fortissima, con sei milioni di iscritti, migliaia di funzionari, sedi in ogni dove lungo lo Stivale. Questo va a merito della futura segretaria, che ha tutta l’aria di essersela conquistata, non di essere messa lì dal potere maschile.
Ma chi è Susanna Camusso? Il suo potenziale innovativo va molto al di là dell’essere donna. Ha la tessera del Pd ma non è mai stata comunista, e porta con sé una storia estranea alla tradizione dei Lama, dei Di Vittorio, dei Cofferati. Nasce nel 1955 a Milano, figlia della buona borghesia meneghina, con un padre direttore editoriale della Mondadori e un’abitazione confortevole nel quartiere centrale di Porta Romana. Studia archeologia all’Università Statale, dove entra rapidamente nelle file del Movimento Studentesco di Mario Capanna, che sta evolvendo verso la sua incarnazione più politica nel Mls (Movimento Lavoratori per il Socialismo), e guarda all’attività sindacale come sbocco naturale. A soli vent’anni Camusso è già attiva nell’organizzazione delle 150 ore, in base alla legge che voleva dare agli operai una formazione culturale. Non si laurea ed entra, insieme ad altri giovani del Ms-Mls nel sindacato dei metalmeccanici. Come molti dell’area politica di provenienza si mostra impermeabile alla fascinazione di un Pci ai massimi storici, e diventa socialista.

Quando era craxiana

Nel 1984, quando il governo Craxi spacca il sindacato con il decreto di San Valentino sul congelamento degli scatti della scala mobile, Camusso è schieratissima contro la maggioranza anti-craxiana della Cgil. Mentre l’unità sindacale si sfarina, e scompare la Flm, il sindacato unitario dei metalmeccanici, lei continua la sua carriera nella Fiom-Cgil, dove il peggio le deve ancora capitare: è l’avvento alla guida della categoria di Claudio Sabattini, detto “Sandino”, profeta e guida di quella che i detrattori chiamano la svolta massimalista, una linea dura ed eccentrica rispetto alla stessa Cgil che sarà proseguita dai suoi successori, Gianni Rinaldini e oggi Maurizio Landini. Nella seconda metà degli anni ’90 Camusso e altri dirigenti moderati della Fiom (Giampiero Castano, Gaetano Sateriale, Cesare Damiano) vengono messi sostanzialmente nel tritacarne. Lei cambia aria, ed è il numero uno Sergio Cofferati, che è ancora nella fase riformista e stima la Camusso dai tempi del Movimento Studentesco, a pilotarla, dopo un breve passaggio al sindacato dell’agro alimentare, verso la segretaria della Cgil Lombarda. Nel 2008 il salto alla segreteria confederale, dove è Epifani a portarla con già con le stigmate del futuro leader.

Come questa biografia si tradurrà nei contenuti dei prossimi otto anni di battaglia sindacale non si sa. L’indizio più interessante è che Susanna Camusso, oltre che donna, è anche una femminista tra le più combattive. Nel 2005 è stata tra le fondatrici, a Milano, dell’associazione “Usciamo dal silenzio”. Nel mettere in discussione gli stereotipi maschili della vita interna alla Cgil, nella polemica contro gli uomini “che si dedicavano scientificamente alla conquista come forma di completamento della militanza” ha mostrato quella determinazione che adesso deve sfoderarei nell’elaborazione delle strategie sindacali. Recentemente ha detto che per combattere la discriminazione delle donne nell’accesso al mercato del lavoro “bisognerebbe avere il coraggio di proporre la paternità obbligatoria”. Adesso dovrà abituarsi a sentirla tutti i giorni la stessa frase, rivolta a lei: “Bisognerebbe avere il coraggio”.