Non deve essere un bel periodo per i magistrati di Palermo. Prima l’arcivescovo di Palermo, mons. Paolo Romeo, che per giustificare i 2,5 milioni di euro che saranno bruciati per accogliere il Papa si interroga sul “perché nessuno si chiede quanto costa alla cittadinanza la cena di un magistrato con gli uomini di scorta”. Poi dal nulla riemerge Giuseppe Ayala, pubblico ministero del Maxiprocesso, ora consigliere presso la Corte di Appello dell’Aquila, che ha abbandonato Palermo non proprio con un tributo di onori ma con qualche macchia abbastanza estesa.

“Molte scorte ai magistrati sono inutili” dice colui che da anni è distante da Palermo e dalle indagini di mafia. Per lui la scorta a volte è solo uno “status symbol” a cui i giudici non vogliono rinunciare. E’ come l’Iphone, l’Ipad o le Hogan. E’ un piacere per lo spirito. Di fronte a queste parole c’è solo da sperare che Ayala quando ha scritto l’articolo per Repubblica, fosse sotto l’influsso di un buon vino siciliano o che avesse voglia di scherzare. Senso dell’umorismo pessimo, ovvio.

Mi metto nei panni dei magistrati di Palermo, di Caltanissetta, che oggi stanno indagando sui rapporti scellerati tra lo Stato e la mafia, e oltre all’ostracismo e all’antipatia della politica tutta devono sopportare anche quello che sembra un assist per il ritorno del malumore nei confronti dei giudici. Mi ricorda troppo gli anni 90. Sa di vecchio la provocazione di Ayala. Mi riporta alla memoria Patrizia Santoro, che pochi ricorderanno: fu l’esempio di quella Palermo infastidita dal rumore delle sirene delle auto di scorta dei magistrati. Scriveva al Giornale di Sicilia chiedendosi se fosse “mai possibile che non si possa eventualmente, riposare un poco nell’intervallo di lavoro, o quantomeno, seguire un programma televisivo in pace, dato che, pure con le finestre chiuse, il rumore delle sirene è molto forte?”. Era Falcone, suo vicino di casa, ad infastidirla.

Fu proprio così che Falcone forse iniziò a morire. Abbandonato dall’affetto della gente che iniziava a mal sopportare quelle misure di sicurezza e quello stile di vita “militare”. E Ayala, che dice di essere stato grande amico del giudice, come mai non ricorda? Non si rende conto di poter generare una nuova ondata di malumore e di insofferenza nei confronti di quei magistrati che oggi hanno invece bisogno di solidarietà, vicinanza e affetto? Peraltro facendo miseramente leva sugli aspetti economici di un sistema già ridotto al minimo degli investimenti dal ministrissimo antimafia (secondo se stesso) Roberto Maroni, di cui, il costo delle scorte, è solo una minima parte.

Io propongo invece di potenziare quelle scorte. Dare più mezzi e più uomini a tutela di quei magistrati che oggi lavorano sui fili scoperti della trattativa Stato-mafia. E propongo di toglierla invece a personaggi indegni come Cuffaro, che dopo una condanna per mafia in appello ha ancora una scorta pagata dallo Stato.

Non posso che esprimere la mia solidarietà ai magistrati che oggi vivono sotto scorta, a quelli che ne farebbero volentieri a meno, a quelli che vorrebbero mangiare un gelato in strada, a quelli che vorrebbero portare il cane ai giardini insieme ai propri figli. E non possono farlo. Nel 2009 il boss Domenico Raccuglia progettava un’autobomba per il giudice Antonio Ingroia e fu arrestato poco distante da dove il magistrato villeggiava. Ma dove ha vissuto in questi anni Ayala che oggi parla di status symbol e non risponde imbarazzato a chi gli chiede, come lui racconta, “Ma a chistu cu l’av’ammazzari?”. Ma soprattutto cosa ne sa lui della nuova mafia?

Ovunque sia stato, cortesemente, ci ritorni e lasci lavorare i nostri magistrati.