Sergio Rizzo, una delle poche firme ancora leggibili sul Pompiere della Sera, domandava ieri che fine abbia fatto il disegno di legge anti-corruzione annunciato in pompa magna dal Consiglio dei ministri il 1° marzo, che ora riposa in pace in un cassetto del Senato dove tiene compagnia alla legge Grillo sull’incandidabilità dei condannati. “Purtroppo – scrive Rizzo – la lotta alla corruzione è scivolata in fondo all’agenda”. Naturalmente, avendo scritto con Stella La Casta e poi La cricca, Rizzo sa benissimo che fine ha fatto quel ddl e perché. Il governo presieduto da un noto corruttore di giudici, testimoni, finanzieri e politici non può approvare una seria legge anti-corruzione per un motivo antico come il mondo: il principio di non contraddizione. L’unica speranza che una legge del genere venga approvata è che ci pensi il Parlamento, con una maggioranza diversa da quella di governo. Ora, almeno a parole, questa maggioranza sembra essersi materializzata sabato mattina alla Versiliana, alla festa del Fatto Quotidiano: lì Antonio Di Pietro (Idv), Fabio Granata (Fli) e Claudio Fava (Sel) hanno pubblicamente sottoscritto la proposta di legge anti-corruzione avanzata sabato dal nostro giornale e sollecitata sul nostro palco anche dal Procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco (che ha chiesto pure norme più rigorose sul finanziamento illecito dei partiti).

Nelle stesse ore Luigi Zanda, vicepresidente dei senatori Pd, annunciava che anche il suo partito ci sta. Purtroppo quello di Fava in Parlamento non c’è. Ma sia Di Pietro sia Granata si sono impegnati a chiedere, alla conferenza dei capigruppo dove si decide il calendario dei lavori della Camera, che la legge venga messa in discussione al più presto. Poiché i gruppi parlamentari sono sette (Pdl, Lega, Fli, Pd, Idv, Udc, Misto), ai tre che hanno già aderito dovrà aggiungersene un quarto, poi la “nostra” legge potrà iniziare il suo percorso. Con gli scandali che si susseguono a ritmo quotidiano, sarà interessante vedere quali partiti diranno pregiudizialmente no a una legge che finalmente combatte corruzione e reati finanziari collegati, aiutando il nostro Stato squattrinato a recuperare risorse dall’enorme serbatoio dell’illegalità: 60 miliardi dispersi ogni anno in tangenti, 120 in evasione fiscale (con 400 miliardi di imposte evase accertate ma non incassate dall’Amministrazione), 150 in attività mafiose e così via. Basterà che i 206 deputati del Pd, i 24 dell’Idv, i 35 di Fli trovino 51 alleati fra i 38 dell’Udc e i 31 del Misto, e si raggiungerà la fatidica quota di 316, cioè la maggioranza assoluta della Camera. Ma ne basteranno anche meno, visto che mai l’aula di Montecitorio si presenta a ranghi completi.

Non ci illudiamo che il percorso di una legge tanto rigorosa sia una passeggiata. Ma la sfida è lanciata. E in controtendenza con quanto accaduto in Parlamento negli ultimi 16 anni, quando destra e sinistra si mettevano d’accordo per votare leggi bipartisan pro mafia e pro corruzione. Per la prima volta, sullo stesso palco, finiani e dipietristi (con l’adesione a distanza dei piddini) hanno sottoscritto una legge bipartisan anti-mafia e anti-corruzione. Un “inciucio buono”. Ora vedremo se alle parole seguiranno i fatti e il nostro giornale, chiamandosi Il Fatto, tallonerà i partiti per tener loro il fiato sul collo. Ma la notizia c’è tutta. Eppure ieri non ne abbiamo trovato traccia su alcun quotidiano (né in alcun telegiornale, figuriamoci). Erano tutti troppo impegnati a inseguire i deliri di B, i battiti d’ali di Casini e Uolter, le pernacchie e i diti medi di Bossi. Le solite menate politichesi. Si conferma dunque ancora una volta che la lotta alla corruzione “è scivolata in fondo all’agenda” non solo del governo e della maggioranza. Ma anche dei giornali. Che sono ormai la prosecuzione del governo e della maggioranza con altri mezzi. Il loro motto, sui problemi seri, è quello di José Mourinho: zero tituli.