Chissà che davvero il discorso di Fini a Mirabello non abbia segnato un punto di non ritorno nella politica italiana. Bersani ha preso coraggio, e Berlusconi sembra averne perso. La festa di Atreju ci ha consegnato un B. un po’ meno uguale a se stesso; un B. che sembra rincorrere, senza sosta, qualcosa di cui non dispone. Fini si è letteralmente preso la scena politica, e B. vorrebbe strappargliela. Ma non ci riesce, il suo discorso è dimesso. Appare vecchio, e lo dice apertamente, più volte, per fingere di non crederci. Ma ci crede, e lo dimostra quel colletto troppo alto, troppo slanciato, troppo “giovane”. Come sempre, padroneggia con maestria l’autoironia; ma questa volta è ossessiva, troppo accentuata. Come in tutti i suoi discorsi, si autocelebra, senza limiti. A colpire, però, non è tanto il B. che plaude se stesso in quanto leader del governo del fare, ma quello che riprende in mano la sua “opera”, quel libretto scritto ai tempi del suo ingresso in politica, “L’Italia che ho in mente”.

Riferisce, per continuare con il connubio autoironia-autocelebrazione, che a lasciargli il libro sul comodino siano stati i suoi segretari. Ne legge una pagina e mezza: non per magnificare la visione presuntamente liberale del suo sogno politico, come avrebbe dovuto fare per rispondere alle parole di Fini, e come avrebbe voluto fare, poiché l’uomo è ambizioso; ma per ricordare ai giovani presenti il male insito nel comunismo e nell’abolizione della proprietà privata. La telecamera, impietosa, ce lo mostra mentre segue col dito le parole lette per non perdere il segno. Volutamente anti-storico, ricorda che nel ’93, in Italia, vigeva un regime comunista. Eppure, poco dopo, spiega la pagliacciata di Gheddafi con le ragioni storiche del colonialismo. Chiede ai giovani di non leggere i giornali, ma il succo del discorso thatcheriano, in contraddizione con le proclamate intenzioni, è che non bisogna leggerli non perché dicano falsità, ma perché parlano male del governo. Il rapporto con le donne: ci aveva abituati troppo male. Comincia assecondando le nostre aspettative, ma conclude ricordando che le mille donne pronte a sposarlo sanno che all’opulento B. restano pochi anni.

Ha un sussulto quando racconta la barzelletta su Hitler. Anche qui, però: la introduce assurdamente, spiegando che bisogna diffidare delle persone che, come i leader della sinistra, non sanno ridere. Ma la barzelletta non fa poi così ridere. È piuttosto amara, e al di là del cattivo gusto (tanto più quando a raccontarla è un primo ministro), tradisce forse lo stato d’animo del barzellettiere. B. parla di sé, s’immagina che i fedelissimi, tra qualche anno, vogliano spolverarlo e riportarlo alla guida del paese. Una sola condizione, questa volta cattivi. Ed è proprio qui il problema: un uomo cui è stato concesso tutto vuole di più. Ha umiliato la repubblica, si è fatto forte con gli ignoranti e i menefreghisti; vuole salvarsi dai processi, certo, ma l’immagine di uomo della provvidenza gli piace. E non si capacita del mancato sostegno degli elettori, né del cattivo giudizio storico che Fini, l’“esule in patria” che B. stesso ha sollevato dall’obbligo di mostrare il passaporto, ha ormai consegnato alla prossima generazione. Sa ormai benissimo che gli elettori che tutti, e B. in particolare, si preoccupano di non “tradire” non esistono, visto che in gran parte, quegli elettori – quelli di B., ma che anche quelli di Casini, e lo stesso si può dire per molti del PD – non votano per appartenenza, né si lasciano plasmare dai leader; gli elettori traditi sono semmai quelli che non votano più. Al tramonto, B. non ci pensava, non ci ha mai pensato. Forse, oggi, l’ha fatto per la prima volta.